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Autonomia differenziata: il problema vero è come riuscire a far quadrare i conti | L’intervento di Marcello Clarich, ordinario di Diritto amministrativo Sapienza Università di Roma

La recente legge sull’autonomia differenziata delle Regioni è al centro di polemiche tra fautori e detrattori. La legge (n. 86/2024) è stata impugnata da varie Regioni innanzi alla Corte costituzionale ed è stata promossa la raccolta di firme per indire un referendum abrogativo. Il dibattito sembra però impostato soprattutto su basi ideologiche più che su dati di fatto. Alcuni emergono dalle rilevazioni della Ragioneria Generale dello Stato sulla ripartizione della spesa pubblica tra Stato e Regioni e tra le venti Regioni. Su un totale nazionale di 772 miliardi di euro al netto degli interessi sul debito pubblico (circa 100 miliardi), le somme a disposizione delle Regioni ammontano a 283 miliardi.

Si tratta di una percentuale che dimostra come queste ultime hanno già spazi di manovra per gestire le proprie politiche. Uno spostamento dell’equilibrio derivante dall’attuazione della nuova legge non dovrebbe andare a scapito del nucleo incomprimibile delle funzioni statali, come l’ordine pubblico, la giustizia, la difesa. La ripartizione tra le Regioni è quantificata dalla Ragioneria generale dello Stato sulla base di tre indicatori: i valori assoluti, la spesa finale per abitante, la spesa in rapporto percentuale al prodotto interno lordo di ciascuna Regione.

Quanto ai valori assoluti, il Lazio si colloca al primo posto (44 miliardi), seguito dalla Lombardia (35 miliardi), dalla Sicilia (25 miliardi), dalla Campania, (25 miliardi). A metà classifica con circa 17 miliardi figurano il Veneto, il Piemonte e la Puglia. Calabria, Basilicata, Abruzzo e Molise sono in coda (rispettivamente, 9.2, 2.7, 6.4, 1.7 miliardi). Più significativi sono i dati relativi alla spesa per abitante dai quali risultano premiate le Regioni a statuto speciale. Ai primi posti si trovano infatti la Provincia di Bolzano (10.560 euro per abitante), la Valle D’Aosta (9.667 euro), la Provincia di Trento (8.968 euro), il Friuli Venezia-Giulia (7.310 euro), la Sardegna (7.177 euro), la Sicilia (5.190 euro). Si inseriscono in questa fascia alta solo il Lazio (7.818 euro) e il Molise (5.869 euro). Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, Toscana e Piemonte si collocano nella fascia più bassa (con valori compresi tra circa 3.500 euro e 4.100 euro).

Ciò significa che chi abita in queste ultime Regioni riceve (figurativamente) in media la metà delle somme devolute a chi abita nelle Regioni a statuto speciale. Si comprende pertanto perché queste Regioni non sono favorevoli alla riforma. Infatti, in un contesto nel quale tutte le Regioni godono di autonomia differenziata forse non ha senso la distinzione tra i due tipi di Regioni che peraltro ha un fondamento nell’art. 116 della Costituzione. Il terzo indicatore fa capire che le Regioni destinatarie di minori risorse per abitante sono anche quelle che ne hanno meno bisogno, tenuto conto del prodotto interno lordo regionale.

In Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto, Piemonte e Toscana la spesa in percentuale del prodotto interno lordo ammonta rispettivamente a 8,64, 10,3, 10,86, 12,91. In Sardegna, Calabria, Sicilia, Molise, Puglia ammonta invece rispettivamente a 32,88, 28,4, 28,33, 26,88, 22,98. Il contrasto tra Regioni più produttive quelle il cui benessere deriva prevalentemente da trasferimenti statali, risulta più che evidente. In che modo questi dati possono guidare la lettura della nuova legge e in particolare delle norme finanziarie?

In primo luogo, la legge n. 86, oltre a prevedere che da essa non devono derivare oneri aggiuntivi a carico della finanza pubblica, contiene una garanzia a favore delle Regioni che non intendano avvalersi della maggiore autonomia. Infatti, non deve essere pregiudicata “l’entità e la proporzionalità delle risorse” a esse destinate. Le Regioni che oggi beneficiano maggiormente in termini finanziari potrebbero essere disincentivate ad avvalersi dei nuovi spazi di autonomia. Le altre invece potrebbero essere più inclini a richiedere una maggior autonomia per superare il gap.

Ma il problema vero è come far quadrare i conti. La legge n. 86 stabilisce che il governo, prima di accordare i nuovi spazi di autonomia, debba individuare i livelli essenziali delle prestazioni (Lep) per le materie più importanti. Se i Lep dovessero comportare maggiori oneri a carico della finanza pubblica, il trasferimento delle funzioni alle Regioni sarebbe condizionato all’approvazione con legge statale degli stanziamenti. E poiché con il nuovo Patto di stabilità approvato in sede europea l’Italia dovrà impegnarsi a una graduale riduzione del debito pubblico, i margini per finanziare i Lep saranno angusti se non addirittura inesistenti.In definitiva l’attuazione della nuova legge è tutta in salita e difficilmente potrà modificare la situazione di partenza registrata dalla Ragioneria Generale dello Stato.

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