In termini di ritorni economici, la spesa militare europea è un colabrodo: Enrico Letta, incaricato dalla Commissione Europea di redigere un rapporto di alto livello sul futuro del mercato unico, ha infatti calcolato che prendendo in considerazione i dati degli ultimi due anni, quelli che hanno visto l’Ue schierarsi a sostegno dell’Ucraina in seguito all’invasione russa, l’Europa ha speso somme considerevoli, ma che il 78% è servito per acquistare materiale militare non europeo, mentre al contrario l’80% degli aiuti forniti degli Stati Uniti ha finanziato prodotti americani.
Questi numeri sintetizzano il crocevia di questioni sempre più eterogenee e complesse: quello che inizialmente era solo un problema di stanziamenti da aumentare per via degli impegni assunti nell’ambito della Nato, ora ha un ruolo cruciale non solo in termini strategici, in un contesto di autonomia e di competizione geopolitica nei confronti rispettivamente degli Stati Uniti e della Cina, quanto di potente strumento di politica economica che rimette in discussione il divieto di aiuti di Stato che finora ha rappresentato una pietra angolare delle relazioni infra-europee sin dal Trattato di Roma.
In questo nuovo contesto delle relazioni internazionali, ciò che in passato era stato giustamente vietato al fine di non alterare la leale competizione economica tra gli Stati aderenti all’Unione, è divenuto un vincolo sempre più penalizzante che andrebbe complessivamente rivisto quanto meno nella sua prassi applicativa. Il vero problema europeo è da sempre la dipendenza energetica, prima dal petrolio del Golfo, poi dal gas della Russia: ma la scelta di ottenere l’energia elettrica da fonti rinnovabili naturali, solare ed eolico, aumentandone esponenzialmente il costo, peggiora sotto ogni punto di vista la competitività complessiva del continente, a tutto vantaggio degli Usa che hanno conquistato l’autonomia sfruttando i giacimenti di scisto, e della Cina che ora acquista il gas russo a forte sconto.
Non per caso, mentre la Ceca fu il primo Trattato europeo e l’Euratom seguì, altrettanto fondamentale perché affrontava il medesimo nodo energetico, la Comunità Europea di difesa fu un progetto ben presto accantonato: anche stavolta, attraverso l’aumento coordinato della spesa militare e l’auspicio delle indispensabili quanto compiacenti deroghe al divieto di aiuti alle imprese, si mira alla creazione di nuove gerarchie politiche e strategiche tra gli Stati all’interno dell’Unione. Ed è qui che si cela il nuovo, vero, e dirompente conflitto: a Bruxelles, la partita è già cominciata.








