Le iniziative in favore della famiglia devono diventare centrali per lo sciluppo del Paese.
Per evitare l’aumento dell’emarginazione sociale e la deriva dell’Italia serve investire sulla formazione e l’occupazione dei giovani e la conciliazione tra lavoro e famiglia.
E’ questa l’analisi di Alessandro Rosina, docente di demografia e statistica sociale della facoltà di economia dell’Università Cattolica, dopo il rapporto annuale dell’Istat.
Dopo il lockdown e la crisi economica scatenata dalla pandemia da Covid-19, serve affrontare questi temi per “evitare che il Paese si trovi senza rotta e con una deriva difficole da raddrizzare”, aggiunge Rosina.
La formazione, l’occupazione per i giovani ed il riuscire a conciliare il lavoro con la famiglia erano dei nodi critici già prima dell’arrivo del coronavirus ed ora “hanno avuto una accentuazione.
Serve un piano credibile che rimetta in marcia il Paese, ma in sua assenza rischiamo di avere una combinazione di squilibri demografici, questione generazionali e disuguaglianze di genere e sociali che si inaspriranno sempre di più”, evidenzia il docente dell’Università Cattolica.
L’Italia è quindi arrivata ad un bivio importante perchè “o sciogli questi nodi oppure non si riuscirà più a dare un futuro ai giovani perchè avremo perso il momento giusto per la ripartenza”.
L’ascensore sociale bloccato è anche la conseguenza delle difficoltà dei giovani che devono “contare sempre di più sulla famiglia di origine”, evidenzia Rosina il quale ritiene che senza una risposta forte le nuove generazioni saranno “sempre più ai margini e con scarse possibilità di diventare parte attiva della crescita del Paese”.
Il fatto che l’Italia ha la più alta percentuale di “giovani che non studiano e non lavorano rischia di diventare un costo sociale permanente”.
Il docente dell’Università Cattolica analizza poi il tema della natalità. La scelta di avere figli dipende dalle condizioni economiche legate al mondo del lavoro, ma anche alla percezione di un Paese che sta funzionando. Il fatto che le nascite, prima dell’emergenza sanitaria, fossero in continua diminuzione è l’indicatore più “sensibile circa le difficoltà oggettive del Paese ma anche rispetto all’incertezza per il futuro”.
Dall’Istat emerge un ritratto che riflette le “difficoltà che c’erano prima del Covid, l’impatto dell’emergenza, e quello che il Paese può diventare se interpreta positivamente lo choc negativo”, sostiene il docente universitario.
Se come Paese non “riusciremo a risolvendo tutti i freni e i limiti del passato allora saremo condannati ad un andamento delle nascite in ulteriore diminuzione”, conclude.
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