Se è vero che contrari all’integrazione europea sono soprattutto i sovranisti, gli scenari che si aprono dopo le elezioni della settimana scorsa non sono rassicuranti.
A ridosso della consultazione elettorale il presidente della Repubblica Sergio Mattarella è stato aspramente criticato da esponenti della Lega, tra i quali Matteo Salvini, per aver affermato lo scorso 2 giugno che con l’elezione del Parlamento Europeo “consacreremo la sovranità dell’Unione Europea”.
È tornato poi di nuovo in auge nel lessico, anche della presidente del Consiglio dei ministri Giorgia Meloni, il sostantivo “Nazione”, piuttosto che “Paese”, “Italia” o simile.
Il richiamo è dunque agli Stati nazionali protagonisti nel secolo scorso di guerre sanguinose che proprio i Trattati europei fin dall’origine si proponevano di scongiurare per sempre, almeno nell’Occidente.
Fu questo il senso di mettere in comune il carbone e l’acciaio con il Trattato europeo del 1951.
Le elezioni europee della settimana scorsa hanno sconvolto gli equilibri in alcuni Stati membri che hanno visto l’affermazione di forze di ispirazione sovranista.
In Francia il presidente Emmanuel Macron ha sciolto l’assemblea elettiva e indetto le elezioni.
Uno degli esiti potrebbe essere un governo di coabitazione con una compagine ministeriale composta da forze politiche anti-europee.
È lecito dunque interrogarsi sulle prospettive dell’integrazione europea auspicata da più parti, in una situazione nella quale i problemi da risolvere superano di gran lunga la capacità dei singoli Stati, anche quelli che pesano di più nel contesto europeo.
In realtà, la tornata elettorale europea non ha modificato in modo rilevante la composizione del nuovo parlamento, perché le ali estreme degli schieramenti, a destra e a sinistra, non hanno accresciuto più di tanto il loro peso.
Ma in realtà, vero motore delle politiche europee, più che nell’assemblea elettiva, è il Consiglio Europeo, organo che riunisce i capi di Stato e di governo degli Stati membri.
Secondo il Trattato sull’Unione Europea, il Consiglio Europeo “dà all’Unione gli impulsi necessari al suo sviluppo e ne definisce gli orientamenti e le priorità politiche generali” (articolo 15).
Al suo interno si scontrano dunque gli interessi degli Stati nazionali e proprio qui i governi sovranisti faranno sentire la propria voce.
Non è dunque prematuro interrogarsi su quali politiche europee potranno subire rallentamenti o passi indietro.
Un progetto ambizioso a rischio è anzitutto quello del Green Deal che pone l’obiettivo della neutralità climatica entro il 2050 allo scopo di contrastare il riscaldamento del pianeta.
Per attuarlo, l’Unione Europea ha varato un pacchetto di regolamenti e direttive che, per esempio, promuovono le energie rinnovabili, migliorano l’efficienza energetica degli edifici, mirano a sostituire nelle automobili i motori a combustione con quelli elettrici.
In realtà, già da qualche tempo il progetto incontra resistenze, in particolare in Germania da parte delle lobby delle case automobilistiche o da parte di ampie fette dell’opinione pubblica contrarie a sostituire integralmente nelle abitazioni l’alimentazione a gas con quella elettrica.
Sembra anche incerta la prospettiva di attribuire alle istituzioni europee il compito di produrre i cosiddetti beni pubblici europei (infrastrutture di interesse transnazionale, difesa eccetera) che richiedono trasferimenti di risorse da parte degli Stati membri o una capacità fiscale dell’Unione Europea.
L’idea di un esercito europeo, necessario per fronteggiare i rischi geopolitici crescenti, ma anche per ridurre le inefficienze derivanti dall’adozione di sistemi di armamento non integrabili, si scontra con interessi e sensibilità nazionali.
Ma anche sviluppi apparentemente a contenuto tecnico come il completamento dell’Unione Bancaria e l’accelerazione dell’Unione dei Mercati dei Capitali caldeggiate lo scorso aprile da Enrico Letta, nel Rapporto sul futuro del Mercato Unico commissionato dal Consiglio Europeo nel 2023 e, più di recente anche da Fabio Panetta, governatore della Banca d’Italia, non troverà una strada spianata.
Un ostacolo potrebbe essere l’indisponibilità degli Stati membri a farsi carico di una parte dei rischi (risk sharing) derivanti da crisi che coinvolgono istituzioni finanziarie di altri Stati membri.
Tocca il cuore della sovranità anche l’armonizzazione a livello europeo delle procedure fallimentari, che sono una parte importante dei sistemi processuali con specificità nei singoli Stati membri alle quali c’è scarsa propensione a rinunciare.
Ma forse non bisogna eccedere nel pessimismo.
L’integrazione europea procede da sempre all’insegna dello stop and go e l’ulteriore deterioramento dei rapporti internazionali potrebbe, al dunque, vincere molte resistenze ed egoismi nazionali.
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