«Al momento la semi-unità nazionale, con tutti i suoi limiti, appare l’unica formula in grado di assicurare la stabilità. È un equilibrio, certo precario, che ruota di necessità intorno a Mario Draghi e che aiuta a guardare con realismo alle incognite economiche prossime venture». Stefano Folli su Repubblica delinea lo scenario politico prossimo futuro «con la variabile Colle tra i partiti deboli».
«Quanto potrà durare – scrive – è difficile dirlo. È chiaro che le risse partitiche sono rumorose ma non troppo serie, cioè non tali da provocare da sole la crisi. Peraltro il futuro è scritto sulla sabbia: l’incrocio con il voto comunale in autunno e soprattutto con l’elezione del capo dello Stato in gennaio autorizza varie domande senza risposta».
«Il sistema dei partiti è debole e sfibrato, tant’è che ha dovuto delegare gran parte delle sue prerogative a Draghi. In passato esso sapeva mostrarsi abbastanza forte da gestire l’elezione presidenziale — da sempre il momento politico più delicato — , magari riuscendo a riannodare in extremis i fili lacerati».
«Ora invece i colpi che si scambiano Salvini e Letta non lasciano presagire nulla di buono in vista di gennaio. Entrambi tendono a radicalizzare il dibattito, senza che tale strategia produca una svolta nell’opinione pubblica. È vero la Lega ha perso punti e FdI li ha guadagnati, ma in sostanza lo spazio pubblico è povero. Il Parlamento appare svuotato, colpito dal taglio di deputati e senatori, privo di ruolo e dedito alla mera sopravvivenza».
«Il ritorno alle urne sarebbe nella logica delle cose, ma l’emergenza sanitaria lo ha sconsigliato. Quindi si andrà a eleggere il presidente senza aver individuato un “grande elettore” o almeno un blocco di forze capace di orientare le Camere riunite. Proporre Draghi, come fa Salvini, è un gioco tattico spregiudicato più che una soluzione. Alzare il livello delle polemiche nella maggioranza, come ribatte Letta, serve a irritare Mattarella e lo stesso premier, ma non scioglie il rebus».
«L’unica via sarebbe applicare il metodo dell’unità nazionale — lo stesso su cui si regge l’esecutivo — e scegliere insieme un nome prima che cominci la corrida parlamentare. Tuttavia siamo lontani da un simile approdo».
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