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Sergio Dompè (presidente gruppo Dompè): «Il debito pubblico non va più gonfiato»

“Il momento è tragico, ma noi imprenditori siamo i primi a dover aiutare il futuro governo chiedendo sforzi compatibili con il bilancio dello Stato e gestibili in un’ottica di medio termine”.

Nella girandola di appelli rivolti al futuro esecutivo perché intervenga a favore delle imprese contro i nuovi costi energetici, Sergio Dompè, presidente dell’omonimo gruppo biofarmaceutico, sceglie di rimanere con i piedi per terra.

“Bisogna lavorare con l’impresa e con l’Europa”, spiega in un’intervista a Class Cnbc all’indomani del risultato elettorale pubblicata su Milano Finanza, “e bisogna evitare di spostare nuovo debito verso i nostri figli e i nostri nipoti”.

Dompè, sentire che gli imprenditori dovrebbero aiutare invece che esser aiutati è una novità.

Lo so. Ma l’impresa a volte si chiude troppo nelle proprie problematiche. Invece dobbiamo capire che bisogna lavorare insieme. Serve un dialogo, per agire negli interessi del Paese.

In che modo?

Beh, ho letto con piacere, ad esempio, l’idea lanciata da Giorgia Meloni di studiare un modo per dare benefici alle aziende che assumono. Spero che abbia lo stesso atteggiamento con quelle che investono in ricerca, fanno più export, o pagano più tasse. L’impresa deve focalizzarsi su degli interessi.

E sul caro-energia?

Bisogna intervenire con determinazione, prevedendo aiuti per le aziende più energivore che rischiano di essere messe fuori mercato pur rimanendo competitive, ma bisogna lavorare sul minimo indispensabile e guardare alle prospettive di medio-lungo termine. L’ottica deve sempre essere complessiva.

La coperta però è corta. E servono fondi…

Sì, ma si deve assolutamente evitare di spostare nuovo debito sulla testa di figli e nipoti. Abbiamo già un grave problema di tenuta, e alzare ulteriormente il livello degli interessi è molto pericoloso per lo Stato e per le imprese. Se possibile va evitato, usando il minimo indispensabile per aiutare le imprese che ne hanno bisogno.

Questo aspetto riguarda anche il comparto farmaceutico?

Il nostro è un settore strategico al quale però servono programmi di grande prospettiva. Durante la pandemia ci eravamo illusi che fosse stato compreso il valore della ricerca ma, una volta superata l’emergenza, si rischia di dimenticarsene. Anche noi subiamo l’impatto dei costi delle materie prime e dell’energia, ma bisogna studiare come salvaguardare il valore prospettico.

Il risultato elettorale aiuterà?

Gli italiani si sono espressi in maniera netta e questo è un bene, perché chi raccoglie un’eredità cosi autorevole come quella lasciata dal governo Draghi deve avere in mano tutte le leve di comando per potercela fare. Ora bisogna creare stabilità e continuità, che è quello che serve all’impresa. Oltre a un governo con le migliori professionalità.

Su cosa lo giudicherete?

Propongo il meccanismo che si usa in Farmindustria: si paga sul fatturato, ma i voti vengono espressi al 25% per i ricavi, al 25 per la ricerca svolta, al 25 per le tasse pagate e l’ultimo quarto per l’export. Usare questo metodo sarebbe un bell’allineamento con gli interessi produttivi del Paese.

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