Con la pandemia l’area dei lavoratori in sofferenza, tra disoccupati, cassaintegrati, scoraggiati e in generale gli inattivi che non cercano un lavoro ma sarebbero disponibili a lavorare ha superato i 6,2 milioni di persone. Lo si legge in una ricerca della Fondazione di Vittorio.
“Se prendiamo però in esame l’area della sofferenza, vale a dire le persone in età da lavoro (15-64 anni) disoccupate, scoraggiate (inattivi disponibili a lavorare che hanno rinunciato a cercare un impiego perché convinti di non trovarlo) o occupate in cassa integrazione – si legge – osserviamo che nel secondo trimestre dell’anno essa contava 5,24 milioni di unità, con circa 1.5 milioni in più rispetto allo stesso trimestre del 2019 (+40,5%). Va però stavolta valutato – prosegue la ricerca – anche l’incremento straordinario di inattivi che non cercano lavoro per “altri motivi”, incremento imputabile alle restrizioni alla mobilità imposte dall’emergenza sanitaria: considerando nell’area della sofferenza anche gli inattivi che hanno dovuto rinunciare alla ricerca di un lavoro (poco meno di un milione), la stessa area si dilata fino a 6,21 milioni”.
Nonostante gli ammortizzatori sociali e il blocco dei licenziamenti abbiano contenuto l’emorragia di posti di lavoro, sottolinea la Cgil, nell’arco di un anno, tra il secondo trimestre 2019 e il secondo trimestre 2020, i dipendenti a tempo determinato sono diminuiti di 677.000 unità (-21,6%), un numero che copre da solo l’80% della diminuzione complessiva dell’occupazione osservata nei 12 mesi.
I numeri sull’area della sofferenza sono la sintesi di una riduzione consistente dei disoccupati (anche per le difficoltà oggettive nel secondo trimestre nella ricerca attiva di un lavoro) una sostanziale stabilità del numero degli scoraggiati e un incremento significativo sia dei lavoratori in cassa integrazione con l’introduzione della causale Covid sia degli inattivi disponibili a lavorare ma non alla ricerca attiva di un’occupazione.
“Il rapporto tra l’area della sofferenza e la popolazione in età da lavoro, scrive la Cgil, aumenta nei 12 mesi di 6,5 punti percentuali e raggiunge il 16,2% su base nazionale mentre cresce nel Mezzogiorno dal 16,2% al 21,1%.
“La pandemia – afferma la segretaria confederale della Cgil Tania Scacchetti – ha accentuato e reso evidenti le criticità e le debolezze già presenti nel nostro mercato del lavoro: crescita della precarietà e dell’occupazione povera e scarsamente qualificata, esclusione dei giovani, ampliamento dei divari territoriali. Inoltre, ha determinato il crollo dei tempi determinati, la crescita dei lavoratori scoraggiati e l’aumento di coloro che sono nella cosiddetta area della sofferenza”.
“Il 2021 – avverte – non può diventare l’anno dei licenziamenti. Certamente il rifinanziamento degli ammortizzatori sociali e il blocco dei licenziamenti hanno evitato una vera e propria emorragia di posti di lavoro, ma ora sono urgenti altre misure, in primis la riforma degli ammortizzatori sociali, accompagnata da alcuni interventi da attuare subito come il rilancio dei contratti di solidarietà, il rafforzamento della Naspi e della Dis Coll”. “Inoltre – conclude – sarà fondamentale definire una forte condizionalità degli investimenti alle loro ricadute occupazionali.”.








