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Conte e il “terzo nome”: l’ombra di un candidato che nessuno vuole davvero | L’analisi di Stefano Folli

Tra le ambiguità del campo progressista c’è il caso del “terzo nome”: l’ipotesi di un candidato premier diverso da Elly Schlein e Giuseppe Conte, pronto a farsi avanti se lo stallo tra i due dovesse prolungarsi.

È il tema affrontato da Stefano Folli nella sua rubrica “Il Punto” su la Repubblica, secondo cui l’obiettivo dell’ex premier sembra soprattutto quello di non restare impigliato nella dinamica delle primarie.

Una proposta respinta, ma ancora nell’aria Lo scenario è stato proposto da Conte alla segretaria del Pd (“ritiriamoci entrambi”) e lei l’ha rigettato.

Eppure se ne continua a parlare, segno che l’ipotesi resta a mezz’aria, per quanto inconsistente.

Conte, osserva Folli, non è un ingenuo né uno che parla senza pesare le parole: se ha lanciato l’idea in forma così netta, sapendo che i giornali l’avrebbero registrata, ha degli obiettivi precisi.

Il primo è dipingersi come un politico ambizioso ma non assetato di potere al punto da dimenticare le regole del dialogo e della misura, essenziali in una coalizione.

Per contrasto, intransigente e ostinata apparirebbe Schlein, decisa a raggiungere Palazzo Chigi a ogni costo.

La pista dei sindaci

L’eventuale “terzo uomo” andrebbe cercato soprattutto tra i sindaci delle grandi città o comunque tra gli amministratori locali.

Sono circolati, senza conferme, i nomi del sindaco di Roma Roberto Gualtieri e di quello di Napoli Gaetano Manfredi, oltre al presidente della Puglia Antonio Decaro.

Soprattutto i primi due guardano con simpatia alle iniziative di Alessandro Onorato, l’assessore che sta costruendo una formazione non ideologica e moderata, ma collegata ai Cinque Stelle.

Tanto che proprio il partito di Conte ha offerto aiuto, attraverso il prestito di due o tre parlamentari, per sollevare la pattuglia di Onorato dall’obbligo di raccogliere la quantità esorbitante di firme prevista dalla legge elettorale per chi si presenta per la prima volta al voto.

Esiste dunque un nesso tra Conte e i sindaci.

E non è un caso che i nomi in questione appartengano al Pd: il gesto appare così disinteressato e serve ad allargare l’attrattiva elettorale del centrosinistra oltre lo schema consueto.

Per ora, però, il “terzo nome” resta solo una suggestione.

I sindaci citati, insieme ad altri come la prima cittadina di Genova Silvia Salis, possono svolgere una funzione preziosa di raccordo tra il candidato premier e la società civile.

Ma devono ancora affinare la loro popolarità e acquisire le caratteristiche tipiche di una leadership, e servirebbero tempi più lunghi di quelli concessi da una legislatura in scadenza.

Il nodo della politica estera

Resta da capire perché Conte dovrebbe concedere a un terzo nome quello che nega a Schlein.

Vale a dire una politica estera più vicina alla tradizione italiana e meno condizionata dal rapporto con la Russia, fino al rifiuto di fornire all’Ucraina anche armi difensive.

Sfuggire alla “trappola” delle primarie

In altri termini, secondo Folli, l’obiettivo di Conte non sembra la ricerca di un terzo nome, quanto l’esigenza di non restare impigliato nel meccanismo delle primarie, quelle che Massimo D’Alema ha definito la “trappola” escogitata da Giorgia Meloni per far impazzire la sinistra.

Conte cerca un piano B e un piano C per sfuggire all’imbuto di una consultazione lacerante e guarda avanti, fino alle elezioni e oltre.

C’è il rischio di una sconfitta contro un centrodestra meloniano logoro ma ancora insidioso: in quel caso dovrebbe essere chiaro che la responsabilità ricade sul partner maggiore, cioè il Pd.

Se invece emergesse il pareggio, con nessuna coalizione al 42 per cento dei voti, l’ex premier resterebbe in disparte.

In attesa di eventi che non mancherebbero, visto che si sarebbe a poco più di un anno dalla fine del mandato di Mattarella.

E Conte, conclude Folli, sa bene di avere scarse possibilità di succedergli.

Questione, appunto, di politica estera.

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