«Sul vaccino AstraZeneca ci sono stati giudizi poco sereni, medici e scienziati ci hanno dato ragione». Lo afferma Piero Di Lorenzo, presidente di Irbm, l’istituto di Pomezia che collabora con AstraZeneca nei test di controllo sul vaccino anti Covid, intervistato da Margherita De Bac per il Corriere della Sera.
Siete partiti col netto favore dei pronostici, a luglio 2020. Poi una serie di “frenate”, lo stop temporaneo alla sperimentazione per due casi di malattia grave, che invece non avevano nesso con i test, infine la gaffe sulle dosi. Sfortuna? «Voglio pensare che sia un concentrato di casualità. Elenco altri fatti. Qualcuno oggi ha ricordato dei casi di mielite di cui sui giornali si è scritto per settimane, bloccando la sperimentazione per più di un mese»?
«E che dire della dichiarazione divertita di un ricercatore che ha parlato di serendipity, di scoperta casuale? Si riferiva al protocollo sperimentale che aveva portato a dimostrare una efficacia del 91%, subito tradotto e qualificato invece come errore, quando errore non era. Ritenere che il trattamento riservato al nostro vaccino non sia stato proprio sereno non è un’affermazione esagerata».
Riguardo il taglio delle dosi da consegnare all’Europa mentre i lotti andavano al mercato estero, Di Lorenzo puntualizza: «due premesse. La prima. Da italiano non riesco a essere neutrale. Perciò ritengo ovvio e giusto che il nostro Governo percorra ogni strada per procurarsi il maggior numero possibile di dosi per i nostri concittadini».
«Non rappresento AstraZeneca e ho la facoltà di ricordare un “dettaglio”, per dirla con ironia, che sta passando quasi inosservato. L’azienda sta facendo uno sforzo sovrumano, dopo aver gestito tutta la sperimentazione clinica, per organizzare la produzione e la distribuzione di 3 miliardi di dosi del vaccino senza guadagnare un centesimo».
«Sottolineo questa frase: senza guadagnare un centesimo. Sento tanti discorsi sul vaccino inteso come bene comune e sulla necessità di consentire a tutti di vaccinarsi per dovere etico nei confronti della collettività. Ebbene una multinazionale fa questa scelta e l’iniziativa viene metabolizzata come se rinunciare a un pacco di miliardi di dollari fosse una ovvietà».
Ma le dosi da consegnare all’Europa si sono assottigliate troppo. «Purtroppo, fare vaccini non è come fare pillole: è un processo vivo la cui resa è sempre sconosciuta fino a quando non si comincia a ragionare su scala industriale. I contratti sono stati firmati prima di avere tali conoscenze. Poi una serie di problemi nella messa a punto del processo produttivo nel sito belga ha provocato le conseguenze che stiamo vivendo».
«Infine, penso che la Brexit non abbia affatto aiutato la soluzione dei problemi. Lorenzo Wittum, presidente di AstraZeneca Italia, sta facendo l’incredibile perché sia garantito al nostro Paese il maggior numero di dosi possibile».








