Secondo quanto sottolineato dal premier Mario Draghi, le truffe legate ai bonus edilizi ammontano almeno 4 miliardi di euro. È evidente, quindi, «l’interesse dell’intera economia che si apra un dibattito sui metodi per frenare le frodi». A spiegarlo è Stefano Pesci, il procuratore aggiunto di Roma e coordinatore del gruppo dedicato ai reati tributari di cui fanno parte i magistrati che a dicembre hanno disposto un maxi sequestro da 1,2 miliardi di euro in relazione a crediti derivanti da bonus fiscali in materia edilizia.
«In questo contesto abbiamo assistito a discussioni sugli effetti delle limitazioni a questo genere di bonus sul sistema produttivo, meno sugli strumenti che consentano di riportare all’interno dell’economia i flussi di denaro che oggi vanno all’estero, in paradisi fiscali», spiega a colloquio con MF-Milano Finanza.
Le discussioni sulle agevolazioni si sono riaccese nell’ultima settimana, con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del decreto Sostegni-ter. L’articolo 28 introduce paletti antitruffa, restringendo a una sola volta la possibilità di cessione dei crediti. In Parlamento le forze politiche si stanno muovendo per modificare la misura fautrice di tensioni per il mercato, in particolare nell’edilizia, settore per il quale i bonus hanno fatto da voltano. Secondo i dati Enea, gli investimenti ammessi in detrazione per il Superbonus 110% hanno superato i 18 miliardi (+12,9% sui 16,2 miliardi al 31 dicembre scorso). Le detrazioni previste a fine lavori a carico dello Stato ammontano invece a 20,1 miliardi.
Superbonus 110%, bonus facciate e gli incentivi edilizi in genere si stanno trasformando in un affare per le organizzazioni criminali?
«Quello che sta emergendo è che alcune modalità con le quali gli strumenti sono stati disegnati consentono con troppa facilità l’innesco di processi truffaldini. Paradossalmente ciò favorisce gli illeciti condotti in modo sistemico. Ci sono anche piccole truffe, ma ciò cui assistiamo in tutta Italia è il lavoro di professionisti della criminalità economica, che hanno capito di poter fare soldi in modo facile. Un allarme autorevolmente lanciato anche dal procuratore generale Giovanni Salvi in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario. Occorre capire come correggere lo strumento, così da tutelare le risorse del Piano nazionale di ripresa e resilienza, evitando che miliardi di euro finiscano su conti all’estero di abili consorterie di truffatori invece di essere investiti nell’economia italiana».
Il governo è intervenuto prima con il decreto antifrodi a novembre e di recente con il Sostegni-ter. Il limite di una sola cessione è sufficiente?
«Si tratta di tecnicismi. L’importate è avere un insieme di regole che aiutino ad individuare tempestivamente gli anelli marci della catena. Il limite di una sola cessione è lo strumento più drastico. Certamente efficace, ma sta generando molte critiche perché ingessa il sistema. Una soluzione alternativa potrebbe essere quella di prevedere che la prima cessione possa avvenire esclusivamente agli istituti di credito e ad altri intermediari finanziari, soggetti vigilati, così da avere una sorta di ticket per il credito. Si possono trovare strumenti, ma è indispensabile regolare rigorosamente la circolazione dei crediti».
Viene da chiedersi come sia possibile che normali cittadini abbiamo difficoltà ad accedere allo strumento anche per la mole di documenti necessari, mentre i truffatori riescano a mette in piedi illeciti delle dimensioni che stanno emergendo.
«Tutti questi strumenti hanno un corredo burocratico inevitabile, tanto più se si tratta, sostanzialmente, di operazioni di finanziamento pubblico. A stupire è che questo apparato di documenti non venga riversato all’Agenzia delle Entrate. Ciò permetterebbe maggiori controlli. Non serve appesantire ulteriormente le pratiche, ma fare in modo che tutti i dati vengano registrati e siano conoscibili dai potenziali acquirenti».
«Così facendo gli istituti di credito e i loro intermediari con le necessarie capacità potrebbero verificare eventuali anomalie. Non si tratta quindi di aumentare gli oneri, ma di riversare sul portale delle Entrate la documentazione utile a intercettare i crediti tossici. In questo modo il sistema disporrebbe di strumenti più efficaci a frenare le truffe più grosse. Perché non dobbiamo dimenticare che esistono professionisti di questo genere di illeciti, in grado di creare società fittizie e cassetti fiscali “fantasma”, utilizzandoli per realizzare operazioni fraudolente anche assai sofisticate. Che in questo caso non danneggiano questa o quella impresa (il che sarebbe già grave), ma l’intero sistema».
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