Negli ultimi giorni, l’Amministrazione Trump ha accelerato le iniziative che calpestano le regole democratiche e moltiplicano il disordine e le tensioni internazionali.
Così, anziché accettare la decisione della Corte suprema in merito all’illegalità di molti dei dazi imposti agli altri paesi, il Presidente ha rilanciato le sue politiche tariffarie e ha insultato i membri della stessa Corte negando l’autonomia del potere giudiziario rispetto a quello esecutivo.
Inoltre, spingendo all’estremo limite la deregolamentazione nell’uso dell’Intelligenza artificiale a fini di controllo delle tensioni sociali e istituzionali, la sua Amministrazione ha cancellato ogni spazio per l’esercizio del potere legislativo.
Infine, nel mezzo di un confronto diplomatico con l’Iran, ha scatenato — insieme a Israele — una guerra non dichiarata contro quel paese senza alcuna autorizzazione da parte del Congresso.
Il fatto che l’Iran sia un’efferata dittatura non cancella il fatto che Israele e Stati Uniti hanno giustificato la loro condotta in modi che offendono la logica e il senso del pudore.
Il primo ha parlato di guerra ‘preventiva’; Trump invece, dopo aver sostenuto — fino a pochi giorni fa — la distruzione dei siti iraniani per la produzione dell’uranio arricchito grazie ai bombardamenti dello scorso giugno, ha sostenuto che l’attuale intervento bellico si è reso necessario per impedire che l’Iran disponesse di armi nucleari entro una settimana.
Di fronte a eventi di questa portata che legittimano qualsiasi futura scelta arbitraria purché fondata sulla forza del potere, le analisi economiche vanno relegate sullo sfondo.
È vero che, causando la rottura di precari equilibri nei mercati internazionali dell’energia, gli Stati Uniti puntano sull’autosufficienza e rafforzano la loro posizione rispetto alla Cina, all’Unione europea e ad altri paesi asiatici.
Ed è altrettanto vero che, a ridosso delle elezioni di metà mandato e della piena vigenza del suo ‘magnifico’ piano fiscale (BBB), Trump non può rinunciare agli introiti di breve termine dei dazi per compensare i tagli delle tasse ai ricchi e per mascherare i crescenti disavanzi nella bilancia commerciale e nel bilancio federale.
Anche se aggravati dalla possibile reazione dei mercati finanziari e dagli andamenti del dollaro, tali fattori (di per sé importanti) non devono nascondere il fatto che siamo entrati in una fase paragonabile — per troppi versi — a quella della seconda metà degli anni Trenta del secolo scorso.
La nostra inconsapevolezza, ben espressa dalle reazioni di molti leader europei, non ci renderà incolpevoli.








