Tracciamento fallito, niente areazione a scuola, medicina territoriale in difficoltà. È a questi fattori che si deve imputare il nuovo allarme per la saturazione delle strutture ospedaliere per i malati Covid secondo il presidente della Fondazione GIMBE, Nino Cartabellotta, intervistato sul Quotidiano Nazionale da Alessandro Belardetti.
Come siamo arrivati fino qui? Dopo oltre un anno di pandemia, è stato fatto abbastanza per potenziare gli ospedali? Che cosa manca ancora? «Il potenziamento delle strutture ospedaliere, seppur in maniera non omogenea, è stato effettuato in tutte le Regioni. Ma è un collo di bottiglia che non si può espandere all’infinito, soprattutto per un problema di risorse umane».
L’errore nella gestione della scuola, spiega, è che «abbiamo puntato tutto su sanificazione, distanziamento e mascherine e quasi nulla su areazione e umidificazione dei locali, fattori determinanti per la diffusione del contagio negli ambienti chiusi».
Quanto incidono le varianti in questa risalita della curva? «Le varianti hanno impresso un’accelerazione, visto che l‘ultimo report dell’ISS documenta da metà gennaio un netto incremento dei casi negli under 20, fascia di età nella quale le varianti circolano di più».
Come è possibile che gli ospedali rischiano nuovamente di collassare? «Quando i contagi risalgono, la scialuppa di salvataggio non sono i posti letto in area medica e in terapia intensiva, ma il sistema di tracciamento e isolamento dei contatti positivi, di fatto saltato all’inizio della seconda ondata. E quando crolla l’argine territoriale l’ondata si riversa negli ospedali».
«Se con le zone rosse locali non si riuscirà a contenere l’impennata della curva e il sovraccarico ospedaliero – continua Cartabellotta -, non c’è alternativa a restrizioni più estese e più rigorose. In questo momento la tempestività è più importante del rigore delle misure».








