Su Italia Oggi Dario Fertilio ricorda il filosofo Lucio Colletti. Il quale, a cento anni dalla nascita e a più di venti dalla scomparsa, lucido interprete italiano del marxismo, ha ancora molto da dirci. Prima inquieto intellettuale comunista, e poi intransigente critico liberale, in lui sembra incarnarsi una “rivolta della ragione” contro le vulgate conformistiche di cui l’Italia fatica a liberarsi. Compresa quella che, a trent’anni dalla fondazione di Forza Italia, oggi santifica Berlusconi, lasciandone in ombra le promesse mancate (e Colletti ne è a suo modo un simbolo).
Convinto che un comunismo ideale, primigenio, fedele a Marx e lontano da Stalin, fosse l’orizzonte verso cui incamminarsi, Colletti restò nel Pci al tempo dell’insurrezione ungherese, però condannando la repressione sovietica. Poi, nel 1964, ne uscì in nome di un’ipotetica e libertaria “società dei produttori” dotata dei diritti civili e politici. Ma, a quel punto, una nuova “rivolta della ragione”, sempre dettata da una implacabile logica filosofica, diventò irresistibile. Non furono le repressioni di Budapest nel 1956, e poi di Praga nel 1968, a convertirlo, ma un’analisi razionale dell’ideologia marxista, che giudicò inquinata da una specie di finalismo metafisico, e la cui teoria del valore-lavoro giudicò sbagliata.
Insistendo sul plusvalore e sull’alienazione della classe operaia, infatti, trascurava gli altri indispensabili fattori di produzione: profitto, interessi sul capitale, rischio d’investimento, organizzazione del lavoro, rendita, ammortamento. E, soprattutto, non era in grado di spiegare la dinamica dei prezzi, sia di produzione che di mercato. Inevitabilmente, tolto quel mattone, il resto dell’impalcatura crollava, compreso il dogma della centralità della classe operaia.
Così, parafrasando Dostoevskij, dopo l’uccisione del dio marxista tutto diventava possibile. Compresa l’adesione a Forza Italia come parlamentare e intellettuale di punta dei cosiddetti professori berlusconiani (con lui Melograni, Urbani, Mathieu, Pera, Rebuffa ed altri). Colletti scelse Berlusconi sperando che il suo partito diventasse davvero il partito liberale di massa, laico e riformista, secondo le promesse dell’inizio. Salvo che la “rivolta della ragione” in lui si fece sentire di nuovo, e sfociò in disillusione di fronte al personalismo, allo svuotamento del ruolo parlamentare e al populismo dominante nel forzismo.
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