La recente storia bancaria italiana andrebbe riscritta, prevedendo anche una restituzione se non monetaria almeno morale. La clamorosa sentenza di assoluzione della Cassazione sul caso del Monte dei Paschi di Siena, dopo anni di inchieste, colpi di scena, morti e misteri insoluti, ha riportato indietro le lancette della banca più antica del mondo.
Non ci fu falso in bilancio. E per questo sono stati assolti i vertici dell’istituto Antonio Vigni e Giuseppe Mussari, mentre l’azienda attuale si avvia ad una privatizzazione che si potrebbe definire forzosa perché raggiunta con la Commissione Europea durante il periodo in cui il Tesoro italiano dovette intervenire per sostenere il capitale della banca, a corto di liquidità, correntisti e anche reputazione. Lo fece infatti obtorto collo e non per volontà di infrangere le regole sul divieto degli aiuti di Stato.
Il lavoro di Luigi Lovaglio e Nico Maione, succeduti ai tanti manager che negli anni hanno provato a rimettere in sesto i conti dell’istituto, in affanno dopo la frettolosa acquisizione di un boccone un po’ troppo grande come l’Antonveneta, ha conseguito dunque un inaspettato coronamento anche dalle carte della suprema corte che, se fossero emerse prima nella loro nettezza assolutoria, avrebbero sicuramente comportato molti risparmi per la nostra collettività.
Il salvataggio del Monte – a questo punto c’è legittimamente da chiedersi se fosse necessario – ha comportato l’esborso di ben 17 miliardi di euro, tra aumenti di capitale con componente privata (10 miliardi) e soldi pubblici (7 miliardi), lungo gli anni che vanno dal 2011 al 2022. Per capirsi, più della parte in deficit della manovra per il 2024 che il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti sta a fatica predisponendo.
Cosa avrebbe potuto fare con questi soldi in più il governo italiano e gli azionisti del Monte? Quanta distruzione di valore sarebbe stata risparmiata al nostro Paese, già preda della speculazione negli anni 2010 e 2011? Ma le sentenze di rispettano e ora si può tirare anche un sospiro di sollievo. La lettura di questa storia va fatta insieme a quella della crisi dell’euro, che condusse ad un cambio di governo a Roma e a numerosi salvataggi di banche francesi e tedesche coinvolte nel default della Grecia.
L’Unione Europea, per far vedere che nulla sarebbe stato come prima e che la sua scure sarebbe caduta impietosa su eventuali aiuti pubblici nel settore del credito, decise a crisi finita e a sacrifici appena iniziati, di vietare, con la normativa sul bail in – acronimo che sta per salvataggio dall’interno di un istituto in crisi e cioè coi soldi degli azionisti, degli obbligazionisti e in ultima analisi anche dei depositanti – qualsiasi sostegno statale nel settore bancario.
E così dal 2015 in poi l’Italia e i suoi esecutivi, da Matteo Renzi a Paolo Gentiloni, passando per Giuseppe Conte, Mario Draghi e Giorgia Meloni, hanno dovuto fare i salti mortali per evitare gli strali di Bruxelles ogni qual volta uno sportello scricchiolasse un po’: era vietato utilizzare il Fondo interbancario di garanzia dei depositi per sostenere le banche secondo il principio assurdo del si salvi solo chi può. Un principio che però è venuto meno, come le certezze sul falso in bilancio in Mps, con il passo indietro della Commissione sul caso Tercas, piccola banca andata in risoluzione come Etruria e le altre tre (CariChieti, Cari Ferrara e Marche) perché il governo italiano non ha potuto far intervenire il suddetto Fondo, ma che invece si sarebbe potuta salvare, hanno stabilito i giudici comunitari smentendo la decisione degli stessi funzionari europei che a banca morta si sono ravveduti.
E il boccone mandato giù per l’impossibilità di aiutare con i fondi privati del Fondo interbancario le banche andate in difficoltà, per via della crisi dello spread e dei nostri Btp presenti nei loro bilanci, ha avuto un costo ancor maggiore del sostegno a Mps, come ha documentato su queste pagine Luca Gualtieri: 38 miliardi di euro, comprensivi di quelli iniziali per il Monte e l’ultimo aumento di capitale. Di questi, 14 a carico dei privati e ben 24 miliardi di soldi pubblici. Una manovra finanziaria, ma soprattutto un danno ingiusto inferto al portafoglio e all’onore degli italiani che in fondo il mestiere del credito lo hanno inventato. Con le dovute proporzioni, è come se oggi negli Stati Uniti si stabilisse che Lehman Brothers non era prossima al default. Sarebbe cambiata la storia, del mondo.
Non venissero perciò a dire che l’Italia non è europeista, lo è più della stessa Bruxelles. E si spera che qualcuno lo faccia notare alla presidente Ursula von der Leyen e alla commissaria Antitrust, ora sospesa perché in corsa per la Bei, Margrethe Vestager. Il deputato europeo della Lega, Antonio Maria Rinaldi in un’interrogazione urgente sul caso Tercas, ha chiesto chi rimborserà i danni di queste scelte sbagliate, che nemmeno sono passate per un’aula di tribunale e con il giusto contraddittorio come per il Monte dei Paschi. È probabile che nessuno gli risponda in tempo utile, ma la domanda è quella giusta da fare: e ora chi paga?
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