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Stefano Micossi (economista): «Rebus petrolio, tra alti prezzi e spinta alle rinnovabili»

«Il prezzo del barile di petrolio sale verso gli 80 dollari in un clima di grande incertezza sugli sviluppi futuri. Nell’immediato, pesa il disaccordo tra l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti (UAE) sull’opportunità di accrescere la produzione. L’UAE blocca la ripresa della produzione perché chiede una revisione degli accordi di restrizione della produzione (al momento in scadenza nell’aprile dell’anno prossimo), puntando a farsi riconoscere quote più alte, avendo investito molto in nuova capacità». Queste le parole di Stefano Micossi, , su InPiù.net.

«All’Arabia Saudita non dispiacciono prezzi più alti, che possono aiutare ad attrarre maggiori investimenti nell’industria petrolifera – ma senza esagerare, per non stimolare la ripartenza dell’offerta extra-OPEC e l’aumento dell’offerta di energie rinnovabili.

«Così si sta consolidando un eccesso di domanda che spinge i prezzi al rialzo. Intanto, però, le grandi compagnie petrolifere europee sono soggette a pressioni crescenti perché riducano la produzione di petrolio e gas e investano in energie rinnovabili. Nel medio termine, la domanda di petrolio è attesa iniziare a flettere entro il prossimo decennio – cosa che complica la decisione di progetti di espansione della capacità che hanno normalmente un orizzonte temporale di 50 anni».

 «Insomma, uno scenario di mercato del petrolio con eccessi di domanda e alti prezzi per gli anni a venire potrebbe essere realistico – mettendo a rischio le previsioni delle banche centrali che vedono gli aumenti in corso dei prezzi delle materie prime come temporanee».

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