«Circola una bozza della proposta che la Commissione si appresta a presentare di una Carbon Border Adjustment Mechanism (CABM). Una descrizione è contenuta in un recente Policy Brief del Center for European Reform (CER) preparata da Elisabetta Cornaghi e Sam Lowe. La lista dei settori colpiti include l’elettricità, l’acciaio, il ferro, il cemento, l’alluminio e alcuni fertilizzanti. La lista non appare troppo estesa, sono (per ora) rimasti fuori i prodotti chimici, la carta, le ceramiche, che potrebbero essere aggiunti in futuro». Queste le parole di Stefano Micossi, economista, per InPiù.net.
«Le importazioni saranno assoggettate a una tassa carbon-related commisurata a costo sopportato dai produttori domestici in base al sistema già in vigore di Emission trading (ETS). Sarebbero dunque esclusi dalla tassa i paesi che già aderiscono al sistema europeo degli ETS (come la Svizzera) o applicano analoghi metodi di tassazione delle emissioni».
«Il diavolo, come sempre, sta nei dettagli, che rischiano di comportare pesanti adempimenti e costi burocratici. Infatti, competerà all’importatore di fornire adeguata certificazione sul contenuto di CO2 delle importazioni, ottenuta da fonte indipendente ed estesa all’intera filiera produttiva. L’unica alternativa sul tavolo è quella di prolungare il sistema transitorio basato sull’onere imposto ad analoghi prodotti di origine interna».
«Il problema è che, naturalmente, diverse giurisdizioni possono usare metodi diversi per penalizzare le emissioni di CO2, che non è molto facile tradurre in prezzi impliciti comparabili. La capacità delle imprese, soprattutto di piccole dimensioni, di gestire i complessi oneri di certificazione, non è scontata. Tanto che la Commissione starebbe studiando la possibilità di creare una nuova classe di intermediari capaci di gestire al loro posto tali adempimenti», conclude.
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