Su Repubblica Michele Ainis critica il disegno di legge sull’autonomia differenziata, approvato ieri dal Consiglio dei ministri, definendolo un capolavoro del Barocco.
Parrebbe uscito dal pennello di Guido Reni o del Guercino, scrive Ainis. Vi si raffigura una corte principesca, affollata da princìpi del diritto anziché da prìncipi del sangue.
Il suo primo articolo ne mette in fila 11 – maestosi, e dai nomi altisonanti: unità, indivisibilità, decentramento, semplificazione, sburocratizzazione, sussidiarietà, e via magnificando.
Sennonché i principi giuridici sono come la testa che ciascuno indossa sul proprio corpaccione: hanno bisogno di due gambe, per girovagare intorno al mondo. Camminano sulle disposizioni di dettaglio, sulle regole minute.
E le gambe, in questo caso, sono zoppe, sicché il principio finisce a testa in giù. È la sorte dei Lep, per dirne una. Significano “livelli essenziali delle prestazioni”, che la Costituzione (articolo 117) vorrebbe garantire per rendere omogenea la fruizione dei diritti su tutto il territorio nazionale.
Tuttavia il legislatore italiano, fin qui, non li ha determinati; omissione imperdonabile, specie nel momento in cui si trasferiscono abbondanti funzioni alle Regioni.
Nel ddl Calderoli la procedura per determinare i Lep è uno slalom gigante, che scivola fra cabine di regia e conferenze unificate, ma in ultimo taglia il traguardo con un dpcm.
Ma il vizio più vizioso è un altro. Perché attiene al “cosa” del trasferimento, non più soltanto al “come”. E il “cosa” comprende 23 materie, cuocendo su un’unica brace la gestione di settori economici (come il commercio con l’estero) e la tutela dei diritti fondamentali (salute, scuola, lavoro).
Ogni Regione può chiedere l’universo mondo. Sicché l’autonomia differenziata prevista dall’articolo 116 della Costituzione – che è norma eccezionale, concettualmente ristretta a pochi casi, a poche discipline – viene interpretata come regola, sovvertendo il rapporto fra Stato e Regioni. Evviva.
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