In un mondo che si richiude, con i dazi che tornano a essere arma geopolitica e la “logica Trump” (guerre commerciali, ritorsioni, nazionalismo economico), l’Europa ha davanti due strade: subire la spirale del gioco a somma negativa oppure rispondere con più regole, più alleanze e più integrazione.
È in questa chiave che va letto l’accordo UE–Mercosur, oggi di nuovo in dirittura d’arrivo che può diventare esempio di macroeconomia civile.
CHI VINCE IN ITALIA?
Industria esportatrice: un mercato grande, ancora protetto da dazi elevati su componenti auto (fino al 35%), macchinari (fino al 20%), chimica (fino al 18%), farmaceutica (fino al 14%).
Per un paese manifatturiero come l’Italia la riduzione progressiva di queste barriere conta.
Agroalimentare di qualità e IG: la vera partita è la difesa del valore (meno imitazioni, più tutela di denominazioni come Parmigiano Reggiano, Prosciutto di Parma, Prosecco).
CHI RISCHIA DI PERDERE?
Alcune filiere zootecniche e produzioni “sensibili” (bovino, avicolo, e segmenti legati a zucchero/etanolo), dove la concorrenza sudamericana può giocare soprattutto sul prezzo.
La questione vera non è “più commercio” vs “più ambiente”.
È: più commercio solo se aumentano regole, controlli e reciprocità.
Qui l’Europa ha strumenti concreti:
- Regolamento deforestation-free (EUDR) e tracciabilità per soia/bovini e derivati
- Divieto UE di prodotti realizzati con lavoro forzato
- Clausole e salvaguardie più rapide ed efficaci se le importazioni causano danni ai produttori europei
Per l’Italia la bussola è chiara:
proteggere i comparti esposti con salvaguardie credibili, accompagnare la transizione su qualità, innovazione, benessere animale e organizzazione di filiera, far funzionare davvero la reciprocità alle frontiere (standard UE, principio di precauzione).
Se questo avviene, l’accordo smette di essere “mercato contro agricoltura” e diventa regole comuni contro dumping.
E, soprattutto, una risposta europea — pragmatica — alla logica dei muri e dei dazi.








