Analisi, scenari, inchieste, idee per costruire l'Italia del futuro

Mercato, capitali, energia: l’Unione Europea cerca il rilancio | Lo scenario

Nel castello di Alden Biesen, maniero fiammingo circondato dalla quiete nordica che invita alla contemplazione, l’Europa prova a fare una rivoluzione. Un “big bang”. Parola non scelta a caso dal presidente del Consiglio europeo Antonio Costa.

Il senso della riunione informale è tutto qui. L’Europa si scopre fragile mentre il mondo corre. Da una parte una Cina sempre più aggressiva e industrializzata. Dall’altra gli Stati Uniti, pronti a usare leve commerciali e politiche “coercitive”, come le definisce Bruxelles, pur di difendere la propria supremazia. In mezzo, l’Unione europea: ricca, sofisticata, ma lenta, frammentata, iper-normata. Troppo per reggere la nuova competizione globale.

Costa ha messo il dito nella piaga: il mercato interno europeo resta la leva decisiva, ma funziona ancora come un mosaico di ventisette economie. E senza una vera integrazione, il rischio è il declino economico.

Mario Draghi, ascoltato in mattinata, lo ha detto senza giri di parole. Le diagnosi sono note, le ricette pure. Il problema è il tempo. Dal suo rapporto sulla competitività del settembre 2024, le condizioni economiche “sono peggiorate”. In parole più semplici: stiamo perdendo terreno più velocemente del previsto.

Nel pomeriggio i Ventisette hanno ascoltato anche Enrico Letta, autore del rapporto sul mercato interno. I due documenti — quello di Draghi e quello di Letta — vengono citati come i nuovi riferimenti della Ue. Il problema, come spesso accade a Bruxelles, è la distanza tra progetti e realtà. A gennaio, secondo un’analisi ripresa da Deutsche Bank, solo il 15,1% delle 383 raccomandazioni contenute nel rapporto sono state pienamente realizzate. Anche contando i progressi parziali si arriva appena al 38,9%.

I pochi passi avanti si concentrano dove la pressione geopolitica è più forte: difesa e industria militare, finanziati anche con emissioni di debito europeo. Molto meno si è fatto su innovazione, integrazione finanziaria, riduzione dei costi energetici. Eppure sono questi i veri nodi della competitività.

Ad Alden Biesen i leader hanno provato a rimettere ordine attorno a tre pilastri, indicati nel documento preparato da Italia, Germania e Belgio.

Primo: completare davvero il mercato unico. Non a parole, ma eliminando le barriere interne che ancora segmentano l’economia europea. La Bce stima che questi “dazi invisibili” colpiscano il 65% delle merci e addirittura il 100% dei servizi. Altro che mercato unico: è un mercato condominiale, con ventisette regolamenti di scala, ascensori che non comunicano tra loro e portinai gelosi della propria giurisdizione.

Secondo: creare un vero mercato unico dei capitali. Il risparmio europeo esiste, ed è enorme, ma spesso vola verso Wall Street invece di finanziare imprese e innovazione in casa propria. L’integrazione dei mercati finanziari — con una supervisione almeno in parte centralizzata — resta il passaggio più controverso, soprattutto in Italia (che non ha ancora approvato il trattato del Mes) e in Germania.

Terzo: l’energia. Tema decisivo per l’industria. Prezzi elevati e reti poco interconnesse sono un macigno sulla competitività. Giorgia Meloni lo ha detto con chiarezza: non si possono firmare accordi di libero scambio e contemporaneamente iper-regolamentare chi produce in Europa.

Accanto a questi tre pilastri si discute di semplificazione normativa, preferenza europea negli appalti pubblici e strumenti per difendere la produzione continentale. In filigrana emerge un’Europa che vuole diventare più liberale — meno ossessionata dalla regolazione e più orientata alla crescita — per reggere il confronto con modelli molto più aggressivi.

Ma la politica, come sempre, complica la teoria. Il vertice belga ha fatto emergere un nuovo asse tra Roma e Berlino, fotografato anche dagli analisti di Deutsche Bank. La sintonia tra Meloni e il cancelliere Friedrich Merz — già consolidata nel vertice di Villa Pamphilj — si differenzia dalla linea francese. Emmanuel Macron spinge per nuovi eurobond destinati a finanziare difesa, transizione verde, intelligenza artificiale e tecnologie strategiche. Berlino frena: prima di parlare di nuovo debito comune, sostiene, bisogna risolvere il problema della produttività. Madrid si colloca su posizioni più vicine alla Francia, favorevole a strumenti comuni di finanziamento e al principio del “Buy European”.

Ne esce una geometria variabile che non rompe formalmente il tradizionale motore franco-tedesco — Merz e Macron si mostrano insieme per rassicurare — ma lo rende meno esclusivo. L’Italia si inserisce come terzo perno, approfittando delle divergenze per ritagliarsi un ruolo più centrale.

È il segno di una trasformazione profonda. Draghi la chiama “federalismo pragmatico”: andare avanti con chi ci sta, senza restare bloccati dall’unanimità. Il rischio, altrimenti, è l’immobilismo. E l’immobilismo, nel mondo attuale, equivale a retrocedere.

Entro marzo dovrebbe emergere una prima road map operativa, con misure chiave da adottare entro il 2026. Macron avverte che, senza accordo entro giugno, si dovrà procedere con integrazioni a geometria variabile. In altre parole: l’Europa dovrà decidere se diventare adulta o restare un brillante seminario permanente.

SCARICA IL PDF DELL'ARTICOLO

[bws_pdfprint display=’pdf’]

Iscriviti alla Newsletter

Ricevi gli ultimi articoli di Riparte l’Italia via email. Puoi cancellarti in qualsiasi momento.

Questo sito utilizza i cookie per migliorare l'esperienza utente.