Abbiamo condotto un’indagine per analizzare l’introduzione della chirurgia robotica e i suoi effetti sul sistema sanitario italiano, con particolare attenzione all’innovazione clinica, all’organizzazione ospedaliera e alle prospettive future.
Il lavoro ha coinvolto primari di chirurgia dell’Emilia-Romagna, chiamati a condividere la propria esperienza diretta su una trasformazione che sta incidendo in modo profondo sulla pratica chirurgica e sui modelli di cura.
Chi è Matteo Rottoli
Matteo Rottoli è chirurgo e docente presso l’Università di Bologna. Attualemente è Professore ordinario di chirurgia e direttore della chirurgia del tratto alimentare e d’urgenza dell’IRCCS policlinico di Sant’Orsola. Ha svolto la propria attività clinica e di ricerca all’interno dell’IRCCS Policlinico di Sant’Orsola, con particolare riferimento alla chirurgia oncologica, mini-invasiva e robotica. La sua attività si concentra sull’innovazione tecnologica applicata alla chirurgia, sull’appropriatezza delle cure e sull’integrazione tra ricerca clinica, organizzazione ospedaliera e formazione.
La chirurgia ha vissuto negli ultimi decenni un’evoluzione profonda, dalla chirurgia open alla laparoscopia fino alla robotica. Quali sono, dal suo punto di vista, le innovazioni che hanno realmente trasformato il modo di operare e di prendersi cura del paziente?
Negli ultimi 30 anni ci sono state importanti rivoluzioni nell’ambito chirurgico. Tra queste, la chirurgia mini-invasiva ha completamente ribaltato il concetto del trauma inevitabile nella chirurgia maggiore, associato appunto all’accesso open. Grazie alla chirurgia mini-invasiva abbiamo imparato che è possibile eseguire interventi chirurgici di elevata complessità in laparoscopia, riducendo lo stress al corpo del paziente (dovuto a maggiore perdita ematica, immunodepressione, dolore) e migliorando gli outcome dell’intervento.
Successivamente questo approccio si è esteso alla preparazione del paziente all’intervento, riducendo il tempo di digiuno e introducendo il concetto di pre-abilitazione, in modo da migliorare la funzionalità del corpo in previsione dell’intervento. Tutto ciò è ancora più significativo considerando quando l’età media dei nostri pazienti sia aumentata nel corso degli ultimi 20 anni.
La chirurgia robotica viene spesso descritta come un’evoluzione della laparoscopia. Qual è oggi il vero valore aggiunto della robotica nella pratica chirurgica quotidiana, dal punto di vista del chirurgo?
La chirurgia robotica è un’evoluzione perché non ha introdotto concetti rivoluzionari: è pur sempre chirurgia mini-invasiva, ma potenzia enormemente le capacità tecniche del chirurgo, permettendo una migliore visione tridimensionale, movimenti più accurati, e un’ergonomia che riduce lo stress del chirurgo, aumentandone l’efficacia.
Per quanto riguarda il paziente, c’è grande evidenza che la precisione associata alle piattaforme robotiche permetta di eseguire interventi chirurgici più precisi, il che ha un grande impatto soprattutto sulla chirurgia oncologica. Esistono diversi studi che dimostrano un ridotto rischio di recidiva tumorale, soprattutto nel cancro del retto. A questo si associa il miglior risultato funzionale, grazie al risparmio dei plessi nervosi deputati alla funzionalità sessuale e del pavimento pelvico.
In altre specialità, come l’urologia, la chirurgia robotica ha permesso di eseguire in chirurgia mini-invasiva interventi che prima venivano eseguiti quasi esclusivamente con chirurgia aperta, come la prostatectomia.
Dal lato del paziente, quali sono i benefici più significativi introdotti dalla chirurgia robotica in termini di precisione, sicurezza, recupero post-operatorio e qualità della vita?
Come già detto, l’utilizzo delle piattaforme robotiche permette di eseguire una chirurgia oncologica ancora più precisa, soprattutto se in mani esperte. La precisione si riflette nel breve termine, con un decorso postoperatorio ancora più veloce e senza complicanze, e nel lungo termine, con un incremento della qualità di vita e un ridotto rischio di recidiva di tumore.
In che modo l’introduzione della chirurgia robotica può incidere, o sta già incidendo, sulla gestione delle liste d’attesa e sull’organizzazione dei reparti chirurgici?
Come ogni nuova piattaforma, anche quelle robotiche richiedono un investimento importante sia dal punto di vista economico, sia da quello relativo alla curva di apprendimento del personale delle sale operatorie. Non solo i chirurgi, ma anche i nostri infermieri devono imparare a sfruttare al meglio i nuovi sistemi. È fisiologico un aumento dei tempi operatori soprattutto all’inizio dell’esperienza, che viene però presto compensato dalla standardizzazione delle procedure. Inoltre, è più semplice formare nuovi chirurghi attraverso le piattaforme robotica rispetto a quelle laparoscopiche: i gesti sono più fisiologici, e l’affidabilità delle piattaforme permette di insegnare più rapidamente.
Il problema delle liste d’attesa si migliora aumentando le risorse umane, non si risolve ostacolando l’introduzione di nuova tecnologia, soprattutto se la letteratura scientifica ha dimostrato dei migliori risultati. Da questo punto di vista, la nostra regione sta svolgendo un ottimo lavoro per valutare l’appropriatezza dell’utilizzo delle piattaforme robotiche nei diversi ospedali.
Alla luce della sua esperienza, quale giudizio dà oggi sul Servizio Sanitario Nazionale rispetto alla capacità di adottare e valorizzare innovazioni come la robotica?
L’Italia è uno dei primi paesi al mondo per adozione di sistemi robotici. Questo è un ottimo segnale. La chirurgia ormai va di pari passo con la tecnologia, sarebbe folle rimanere indietro per evitare un costo iniziale che, seppur considerevole, non è lontanamente paragonabile alla spesa relativa ai farmaci, che si può e si deve ottimizzare. All’IRCCS Policlinico di Sant’Orsola è attivo un tavolo interaziendale (che si auspica si possa estendere all’intera regione) per valutare la spesa relativa a farmaci, che assorbe la maggior parte del bilancio aziendale e regionale.
Lo sforzo comune di tutti gli specialisti ha già permesso di identificare numerosi campi di azione, ad esempio utilizzando molecole generiche e aggiornando i nostri protocolli alle più recenti linee guida. In questo senso, l’acquisizione di nuove piattaforme robotiche sarebbe sostenibile e, anzi, porterebbe a enormi vantaggi per i pazienti.
Guardando ai prossimi anni, quale ruolo immagina per la robotica in chirurgia e quali sfide ritiene ancora aperte, sia sul piano tecnologico sia su quello formativo e organizzativo?
Ritengo che la vera rivoluzione associata alla chirurgia robotica sia dietro l’angolo. Una di questa è lo sviluppo della chirurgia robotica endoluminale. Al momento si possono rimuovere lesioni e tumori iniziali dello stomaco e del colon-retto tramite endoscopia, ma purtroppo l’attuale tecnologia non permettere di eseguire procedure troppo complesse, che comunque richiedono un’esperienza tecnica che pochi hanno, e una curva di apprendimento molto lunga.
Esistono prototipi di piattaforme robotiche che permetteranno di eseguire questi interventi con maggiore facilità, estendendo l’indicazione anche a tumori più avanzati, anche grazie all’esperienza maturati dai chirurghi in questi anni di utilizzo dei sistemi robotici. Questo permetterebbe di eseguire interventi oncologici con risparmio d’organo, ossia senza dover rimuovere l’intero organo (il retto, per esempio), ma semplicemente il tumore, in modo radicale, anche grazie all’efficacia sempre maggiore delle terapie oncologiche e radioterapiche che si eseguono prima della chirurgia.
Altra grande rivoluzione sarà l’applicazione dell’intelligenza artificiale, che incrementerà ancora di più le nostre capacità tecniche e la nostra capacità di vedere quello che l’occhio umano non può percepire, guidandoci come un GPS. Rimarrà sempre il chirurgo alla guida, sia chiaro, ma la chirurgia sarà ancora più efficace e precisa.








