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Massimo Scaccabarozzi (presidente Farmindustria): «Pronti a produrre il vaccino in Italia, già 4 aziende disponibili. Ma ci vorranno diversi mesi»

C’è un primo nucleo di aziende disponibili a produrre in Italia il vaccino anti Covid. Una parte di loro potrà produrre direttamente nella fase “bulk”, quella che porta a produrne la miscela di principi attivi del vaccino e che richiede l’uso dei bioreattori, mentre un’altra nel processo di infialamento e finitura.

Tempi diversi tra i due ambiti, in quanto quest’ultimo potrà partire in tempi pressoché immediati, mentre solo per completare i procedimenti autorizzativi relativi ai bioreattori potrebbero servire tra 4 e 8 mesi, arrivando quindi all’autunno. Sarebbe questo il piano, secondo quanto trapelato dal Sole 24 Ore, emerso dal secondo incontro tra il ministro dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, e il presidente di Farmindustria, Massimo Scaccabarozzi. All’incontro hanno partecipato anche il presidente dell’Agenzia del farmaco Giorgio Palù, il nuovo commissario per l’emergenza Paolo Figliuolo e il sottosegretario alla presidenza con delega ai Servizi segreti Franco Gabriella.

Giorgetti ha chiarito ulteriormente, durante il question time alla Camera, ulteriori dettagli del progetto. Per agevolare la riconversione delle linee produttive, il Mise potrebbe utilizzare i contratti di sviluppo, strumento agevolativo ibrido che unisce finanziamenti agevolati, contributi a fondo perduto alla spesa e in conto impianti e contributi in conto interessi.

I tempi di autorizzazione

L’obbiettivo è quello di uniformarsi al piano europeo di autosufficienza vaccinale, in ottica di una produzione che soddisfi tutto il fabbisogno necessario per curare il Covid con l’antidoto. C’è, però, da risolvere il tema dei brevetti, per cui sarà necessario scendere a patti. La novità è che la filiera farmaceutica italiana, prima in Europa per valore della produzione, potrebbe attraverso investimenti e riconversioni di linee produttive provare a costruire un vero polo produttivo dei vaccini, non soltanto per la fase finale dell’infialamento.

Ad aggiungere dettagli è il presidente di Farmindustria, Massimo Scaccabarozzi. «Abbiamo avviato un grande lavoro con l’Agenzia del farmaco e con il Mise che può consentirci di dare un grande contributo a questo progetto europeo per affrontare questa e future pandemie». Partirà dunque ora l’individuazione di macchinari, a partire dai bioreattori e i fermentatori, per verificare che siano «compatibili e disponibili visto che alcuni potrebbero essere impegnati già tra qualche settimana nella produzione del vaccino contro l’influenza». Non per questo l’industria si tira indietro, anzi rilancia proponendosi per lavorare anche nella fase bulk. «Possiamo lavorare alla fase bulk e a quella dell’infìalamento e la ricognizione non esclude che si possa lavorare anche ai vaccini più complessi, quelli con l’mRna». 

A Frosinone, ad esempio, Acs Doblar di Anagni e Biomedica Foscama di Ferentino sono disponibili a produrre 80 milioni di flaconi l’anno, sperando di poter partire, una volta ottenute tutte le autorizzazioni, a inizio 2022. Novartis ha già fatto sapere di esser disponibile a mettere in campo il suo importante stabilimento in provincia di Napoli, per quanto riguarda l’infialamento. Quel che è certo invece è l’accordo firmato a livello internazionale dalla Casa madre svizzera con Pfizer per mettere a disposizione lo stabilimento di Stein in Svizzera per contribuire a parte della produzione.

C’è anche Fidia, con sede ad Abano Terme (Padova), che rimanda ai prossimi giorni possibili novità. Attualmente, Fidia Farmaceutici ha accordi perla produzione di vaccini non Covid e uno stabilimento in piena funzionalità. Avviata la realizzazione, da tempo programmata, di un secondo impianto per raddoppiare la capacità produttiva entro il 2023. Gsk, infine, a Siena ha già fatto sapere di essere pronta per infialare i vaccini, nei suoi stabilimenti in Toscana.

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