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L’ora buia dei discorsi storici | L’analisi di Gabriele Segre

Scrive Gabriele Segre su La Stampa – “Viviamo nel tempo dei discorsi storici. Da Davos a Monaco, da Mark Carney a Friedrich Merz, passando per Keir Starmer e Ursula von der Leyen, ogni leader parla con la gravità di un’ora più buia churchilliana.

Più che le frasi, colpiscono i volti: tirati, tesi, come se la terra sotto i piedi avesse perso consistenza. Si erano convinti, come molti di noi, che la storia fosse consegnata alla razionalità, alla pace, al diritto. Invece riaffiorano pulsioni di potenza e conflitto.

La retorica si è capovolta: dalla rassicurazione all’annuncio della catastrofe. L’ordine mondiale è a pezzi, l’era della pace è finita. Parole che misurano l’ansia collettiva e, insieme, offrono una forma di catarsi: se tutto brucia, nessuno potrà dire di non aver gridato al fuoco.

Il discorso pubblico oscilla tra crepuscolo e orgoglio, tra nostalgia e volontà di rinascita. È il linguaggio di società stanche, più a loro agio nel rimpiangere il passato che nell’abitare il presente, l’unico tempo in cui si può agire.

Eppure qualcosa si muove: più spesa per la difesa, cooperazioni rafforzate, riavvicinamento tra Londra e il continente, fondi comuni per tecnologia e sicurezza. Segnali concreti, impensabili fino a poco fa. Manca però una visione unificante: un cantiere aperto senza disegno complessivo.

Il vero discorso storico sarà quello capace di fissare poche coordinate condivise, realistiche, partendo dai limiti. Primo passo: smettere di vivere di alibi, attribuendo ogni fragilità al disimpegno americano o alle scelte altrui. L’autonomia non è un diritto acquisito, ma una responsabilità quotidiana.

Secondo: archiviare il ciascuno per sé. Continuare a piangere insieme per poi salvarsi da soli non è strategia. Senza questo passaggio, i discorsi resteranno fotografie dello smarrimento. Non pagine di storia, ma necrologi solenni, scritti per convincerci che non siamo ancora morti”.

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