I ricorsi stanno arrivando uno dopo l’altro. Non è ancora la resa dei conti, ma poco ci manca.
Dopo la bocciatura dei dazi da parte della Corte Suprema americana, negli Stati Uniti si è aperta una stagione di cause legali che promette di essere lunga, costosa e politicamente esplosiva. E mentre tribunali, aziende e governatori affilano le armi, la prima certezza è una sola: la guerra commerciale lanciata da Donald Trump rischia ora di trasformarsi in una guerra giudiziaria.
Lo ammettono gli stessi protagonisti. “Ci vorranno anni” – ha sbottato l’ex presidente, già proiettato nella difesa politica della sua strategia. Una linea confermata dal segretario al Tesoro Scott Bessent, secondo cui la battaglia “durerà mesi, se non anni” e difficilmente porterà a rimborsi reali per i cittadini.
Tradotto: la partita non si chiude nei porti o alle dogane, ma nelle aule di giustizia. Secondo le stime del Penn Wharton Budget Model, il conto potenziale dei rimborsi potrebbe arrivare a 175 miliardi di dollari, circa 1.300 dollari per famiglia. Una cifra teorica, perché i dazi non si pagano mai una volta sola: si spalmano nei prezzi, si nascondono nelle filiere, si mimetizzano tra inflazione importata e margini compressi. È la tassa più invisibile che esista, e proprio per questo la più litigiosa da restituire.
Nel frattempo fanno causa tutti. Piccole imprese soffocate dall’aumento dei costi, Stati a guida democratica, associazioni di categoria. E perfino colossi della distribuzione come Costco o multinazionali come Revlon, che di solito preferiscono trattare con i governi anziché citarli in giudizio. Il rappresentante per il commercio Jamieson Greer ha già fatto sapere che Washington farà di tutto per evitare rimborsi alle aziende straniere: segno che la disputa non è solo economica, ma apertamente geopolitica.
La pressione politica cresce. Il governatore dell’Illinois, JB Pritzker, ha presentato una richiesta di risarcimento da 8,6 miliardi di dollari. Il collega californiano Gavin Newsom è pronto a seguirlo. A Capitol Hill il senatore Ron Wyden prepara un disegno di legge per obbligare il governo federale a pagare i danni. Il messaggio politico, in vista delle elezioni di Midterm, è semplice e tagliente: i dazi li hanno pagati i consumatori, non la Cina né l’Europa.
E proprio mentre l’America entra in questa palude legale, dall’altra parte dell’Atlantico si registra un cambio di tono. Niente esultanze, niente spirito di rivalsa. Piuttosto, una prudenza quasi chirurgica. Il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso ha riassunto la posizione italiana con un realismo che sa di diplomazia industriale: avanti con il negoziato, perché gli Stati Uniti restano “il principale alleato commerciale” oltre che strategico sul piano della sicurezza.
Altro che ritorsioni. “Se fosse prevalso quella linea sarebbe stato il disastro” – ha osservato, rivendicando la scelta – sostenuta da Roma – di tenere aperto il tavolo con Washington mentre altri invocavano il muro contro muro. Urso parla di “resilienza” delle imprese italiane, parola spesso abusata ma qui suffragata dai numeri: export in crescita del 3,3% a livello globale, maggiore attrattività per gli investimenti esteri, inflazione ai minimi. Indicatori che raccontano un Paese meno fragile di quanto si ami dire e che, proprio per questo, ha interesse alla stabilità delle relazioni transatlantiche.
In altre parole: mentre negli Stati Uniti si litiga su chi deve restituire il conto, l’Italia prova a evitare che quel conto lieviti ancora. La linea italiana – proseguire nel dialogo con Washington – è diventata, nei fatti, la linea dell’Unione Europea. Non per improvvisa conversione al libero scambio romantico, ma per un calcolo molto concreto: una guerra tariffaria oggi colpirebbe un’economia europea già impegnata nella riconversione industriale, nella transizione energetica e nella ridefinizione delle catene di approvvigionamento.
Il paradosso è evidente. I dazi dovevano proteggere l’economia americana e colpire i concorrenti; stanno invece generando incertezza interna, cause miliardarie e tensioni politiche domestiche. In Europa, che ne era il bersaglio, stanno rafforzando l’idea che la vera risposta non sia lo scontro ma la negoziazione dura, continua, pragmatica. Come spesso accade nelle guerre commerciali, la battaglia più lunga non si combatte sulle merci ma sul tempo. E il tempo, tra ricorsi, rimborsi contestati e campagne elettorali, rischia di diventare il dazio più pesante per tutti. Anche per chi li aveva inventati.








