Non basta invocarla la pace per ottenerla. Non basta gridarla in piazza o sostenerne il valore etico in un dibattito televisivo.
Se non c’è più, oggi, la pace in questo mondo che ci pare impazzito e posizionato in un piano inclinato dalle conseguenze che non siamo in grado o che non vogliamo nemmeno immaginare, è perché sono stati commessi una serie di errori fatali nel corso degli ultimi decenni che ne hanno determinato il fallimento.
La nostra pace era poggiata sulla questione irrisolta del ruolo della Russia nel mondo dopo la fine dell’Unione Sovietica. E su una globalizzazione costruita senza democrazia.
Ora tutto è in frantumi e rimettere insieme i pezzi è impresa al momento impossibile.
Certo, quando è esploso il conflitto in Ucraina la gran parte dell’opinione pubblica ne ha sottovalutato la portata. Apparentemente poteva apparire l’ennesimo teatro di guerra nel mondo, seppure molto vicino, troppo vicino all’Europa.
Il fallimento della Russia di Putin
Perché la Russia ha deciso di invadere? La risposta più convincente è senza dubbio quella dell’economista russo Sergey Guriyev, oggi professore di economia presso gli Instituts d’études politiques di Parigi. Vladimir Putin ha invaso perché non riusciva più a generare crescita del reddito, o almeno a convincere i russi che l’economia stava andando meglio. E ha deciso di affrontare un problema economico con una soluzione non economica. Come aveva fatto nel 2014 invadendo la Crimea. In quella circostanza con una rapida invasione aveva perfino aumentato la sua popolarità in patria tornata in pochi mesi all’88 per cento. Ma poco dopo l’economia russa aveva comunque ripreso a ristagnare. Nonostante le ripetute promesse di riforme, gli investimenti non erano decollati, i capitali continuavano a fuggire dal paese e la Russia era rimasta indietro rispetto ai paesi sviluppati. “Il modello di Putin aveva protetto i suoi delegati a spese dei normali russi. Nel 2019, il PIL russo era del 6% al di sopra del livello pre-Crimea, ma i redditi reali delle famiglie russe erano del 7% al di sotto del picco del 2013” spiega l’economista. A quel punto – racconta Guriyev al Financial Times – il governo russo ha intensificato la censura e la propaganda. Putin ha cercato di convincere i russi che i loro standard di vita stagnanti erano migliori di qualsiasi potenziale alternativa. Tuttavia, questa narrativa è stata sempre più difficile da affermare poiché i russi più giovani sono sfuggiti alla propaganda e hanno aggirato la censura attraverso i social media. Ad aprile 2020, il consenso politico di Putin è scesa a un minimo storico del 59% ed risposto “avvelenando e imprigionando il leader dell’opposizione Alexei Navalny e reprimendo i media indipendenti”. L’analisi di Guriyev la trovate qui https://www.ripartelitalia.it/nascondere-il-disastro-ecco-perche-putin-ha-deciso-di-invadere-lucraina/ . Il resto è storia recente.
Gli errori dell’Occidente
Il fallimento economico e sociale della Russia però non dipende solo da Putin. Le radici della guerra risiedono infatti nella irrisolta ambiguità riguardo al suo posto nel mondo dopo la fine dell’Unione Sovietica. Una Russia “ridotta” aveva bisogno di cooperazione con l’Occidente per modernizzare la sua economia, ma sia gli USA che l’Europa hanno fatto poco o nulla in questo senso. E la Russia non si è mai riconciliata con la perdita del controllo sui vicini nell’est dell’Europa.
Washington e i suoi alleati inizialmente speravano di integrare Putin nell’ordine del dopo Guerra Fredda. Quando Putin si è opposto, gli Stati Uniti e i loro partner europei avevano poco interesse a tornare alla strategia di contenimento imposta dall’Occidente contro l’Unione Sovietica. E così la Germania, la più grande economia europea, ha guidato la grande scommessa dell’UE sulla pace attraverso il commercio, come spiega bene il Wall Street Journal (https://www.ripartelitalia.it/lo-scenario-la-merkel-impedi-allucraina-di-entrare-nella-nato/).
Il tiranno sanguinario parlava di pace
Putin si è trasformato in 20 anni da promotore di pace a tiranno sanguinario. Quando è andato al potere parlava di democrazia e riforme. Un altro leader rispetto a quello che oggi porta avanti senza esitazioni un eccidio in terra ucraina e che minaccia il mondo con l’atomica. Per capire come è cambiato (o forse come ha finto di essere in passato) bisogna leggere il discorso che fece a Berlino davanti al parlamento tedesco il 25 settembre 2001, due settimane dopo l’attacco alle Torri Gemelle.
“La guerra fredda è finita” disse. Qui trovate l’intervento integrale (https://www.ripartelitalia.it/il-documento-laltro-putin-ecco-il-discorso-che-fece-a-berlino/).
La furia di Putin contro la NATO e le grida al traduttore
Ma tutto è cambiato nel gennaio 2007, quando Putin ha sfogato le sue crescenti frustrazioni sull’Occidente alla Conferenza annuale sulla sicurezza di Monaco. In un lungo e gelido discorso, ha denunciato gli Stati Uniti per aver cercato di governare un mondo unipolare con la forza, ha accusato la NATO di aver infranto le promesse espandendosi nell’est dell’Europa e ha definito l’Occidente ipocrita per aver tenuto conferenze sulla democrazia alla Russia. Un brivido è sceso sul pubblico di diplomatici e politici occidentali al lussuoso Hotel Bayerischer Hof, come hanno ricordato i partecipanti. “Non abbiamo preso il discorso sul serio come avremmo dovuto”, ha commentato di recente un testimone di quei fatti, il diplomatico tedesco Wolfgang Ischinger. Ci vogliono due persone per ballare e Putin non voleva più ballare.
Il comportamento verso i leader filo-occidentali è diventato più aggressivo. In un incontro con un capo di stato balcanico durante un vertice sull’energia in Croazia, Putin si è scagliato contro la NATO e ha definito la sua separazione del Kosovo dalla Serbia la più grande violazione del diritto internazionale nella storia recente. Anni dopo, avrebbe citato il Kosovo come precedente per il sequestro della Crimea dall’Ucraina. “Gridò imprecazioni al suo traduttore, che stava faticando per tenere il passo. La stanza tacque. È stato incredibilmente imbarazzante: il presidente della potente Federazione Russa stava maltrattando un semplice interprete che cercava di fare il proprio lavoro”, ha rivelato giorni fa un partecipante al Wall Street Journal.
L’errore del dividendo di pace
In questo contesto si inserisce il ruolo decisivo della Germania, di Gerhard Schröder e Angela Merkel. La dipendenza della Germania dal gas russo è nata dalla convinzione tedesca – abbracciata da una lunga successione di cancellieri, leader del settore, giornalisti e pubblico – che una Russia impegnata nel commercio avrebbe avuto troppo da rischiare in conflitto con l’Europa, rendendo la Germania più sicura e allo stesso tempo traendo profitto dai suoi economia.
Dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989 e il crollo dell’Unione Sovietica, l’energia russa a basso costo è stata vista più che mai come un dividendo di pace guadagnato. Era anche la stella polare geostrategica della Germania. Per un paese che aveva abbandonato la dimensione militare nella sua politica estera dopo la seconda guerra mondiale, gli interessi economici erano i suoi interessi di sicurezza. La Germania è povera di energia e, poiché le sue risorse di carbone sono diminuite alla fine degli anni ’90, aveva bisogno di carburante a prezzi accessibili per alimentare la sua economia orientata all’esportazione, una delle prime cinque al mondo. Una volta stabiliti i gasdotti russi, hanno alimentato l’industria tedesca con una fornitura costante di gas attraverso contratti a lungo termine che hanno portato la Germania a smettere di cercare altri fornitori.
“Perché avremmo dovuto comportarci diversamente? Ha sempre funzionato…” ha dichiarato l’ex cancelliere Schröder nella sua intervista al New York Times (https://www.ripartelitalia.it/da-cancelliere-a-lobbista-milionario-per-putin-gerhard-schroder/). “Per noi, dipendenza significava doppia dipendenza. La cosiddetta arma energetica è ambigua. Hanno bisogno di petrolio e gas per pagare il loro budget. E noi abbiamo bisogno di petrolio e gas per riscaldare e per far andare avanti l’economia”.
Il fallimento della globalizzazione senza democrazia
Si poteva scommettere sulla globalizzazione inserendo nel sistema economico globale sistemi autarchici e dittatoriali? Dopo tutto ciò che stiamo vivendo in questi ultimi due mesi appare evidente che la risposta è no. L’errore del dividendo di pace dell’Europa verso la Russia non è troppo diverso dall’errore commesso dagli USA verso la Cina. Ciò porterà inevitabilmente in un mondo nuovamente diviso.
Ci stiamo muovendo verso una sorta di globalizzazione tripartita? Un western, uno autoritario e uno per il resto del mondo? Lo ha chiesto il Der Spiegel a Douglas Irwin, già consigliere economico dell’amministrazione statunitense sotto Ronald Reagan e autore di diversi libri sulla politica commerciale e docente di economia al Dartmouth College nel New Hampshire. “È del tutto possibile. Negli ultimi 50 anni abbiamo assistito al passaggio da un’economia a tre mondi a un’economia a un mondo. Si è appena frantumato di nuovo. Negli anni ’70 e ’80 ci fu il Primo Mondo con l’Europa occidentale, il Nord America, il Giappone e altre democrazie occidentali. Il Secondo Mondo era il blocco sovietico, che allora includeva la Cina. E il Terzo Mondo erano paesi non allineati in America Latina, Africa, Asia meridionale e altrove. Poi i muri caddero. Si aprirono l’Europa orientale e l’Unione Sovietica, alcuni paesi dell’Europa orientale divennero membri dell’UE. Molti paesi in via di sviluppo hanno abbassato le loro barriere commerciali e sono diventati più integrati nell’economia globale” ha spiegato Irwin. Qui l’analisi integrale (https://www.ripartelitalia.it/lo-scenario-siamo-finiti-nellera-della-deglobalizzazione/).
L’autarchia cinese
Che l’assenza di democrazia sia un problema non solo in chiave russa ma anche sul fronte cinese lo dimostra ciò che sta accadendo a Shangai e Pechino per la recrudescenza del virus. Qui un dettagliato reportage (https://www.ripartelitalia.it/il-reportage-la-vita-da-prigionieri-dei-malati-di-covid-a-shanghai/ ). Senza considerare il vento di guerra che spira su Taiwan.
La riunificazione “ci sarà”, ha dichiarato di recente il governo cinese manifestando tutta la sua rabbia per una visita della delegazione del Senato americano sull’isola che ritiene “parte inalienabile” del suo territorio. Il portavoce del ministero degli Esteri Zhao Lijian si è spinto a minacciare l’adozione di “misure efficaci a tutela della sovranità e dell’integrità” della nazione, esprimendo al tempo stesso la “ferma opposizione” di Pechino ad ogni scambio ufficiale tra Taipei e Washington.
La prova di forza di Pechino
E così l’esercito cinese ha tenuto a sorpresa manovre di pattugliamento intorno a Taiwan e nel mare orientale avendo “come obiettivo gli Usa che inviano segnali sbagliati” alle forze indipendentiste di Taipei. Sono stati schierati navi militari, cacciatorpedinieri e sei jet – che hanno violato la zona di difesa aerea taiwanese – come prova di forza contro “il cattivo comportamento e i trucchi degli Stati Uniti che sono del tutto futili e pericolosi. Coloro che giocano col fuoco si bruceranno”, ha ammonito Shi Yi, portavoce del Comando del teatro orientale delle forze armate cinesi. La sicurezza di Taiwan ha conseguenze globali poiché l’isola produce circa il 90% dei semiconduttori di fascia alta.
La NATO in assetto di guerra alle dittature
Intanto il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg in un’intervista a The Telegraph – di cui forse si è parlato troppo poco – ha annunciato il grande reset dell’Alleanza nata dal Trattato Nord Atlantico del 1949 tra USA e Canada e nazioni europee. Stoltenberg ha spiegato di aver accettato di prolungare il suo secondo mandato per un altro anno proprio per supervisionare questa grande trasformazione che segna una svolta epocale. E nell’intervista (https://www.ripartelitalia.it/la-nato-la-cina-e-una-minaccia-e-annuncia-espansione-ad-est-contro-la-russia/) ha spiegato anche le due mosse chiave: il rafforzamento militare a Est e la formalizzazione ufficiale della Cina come minaccia strategica dell’Alleanza.
La Nato intende rafforzarsi sul fianco Est come parte della riforma sostanziale dell’Alleanza. In questa chiave la Polonia diventerà “una grande potenza” per poter rispondere a una potenziale invasione. Stoltenberg ha anche in programma di racchiudere per la prima volta la crescente minaccia proveniente dalla Cina nel “concetto strategico” della Nato, il suo documento formale. “Nell’attuale concetto strategico della Nato, che abbiamo concordato nel 2010, la Cina non è menzionata affatto con una sola parola. Stiamo ultimando i lavori sul nuovo concetto strategico che sarà concordato al vertice Nato di giugno. E lì, mi aspetto che la Cina sia una parte importante. Perché l’ascesa della Cina, il mutevole equilibrio di potere globale, ha conseguenze dirette per la Nato”.
Pechino, ha sottolineato Stoltenberg, “ha il secondo budget per la difesa più grande del mondo” e sta investendo molto in “nuove moderne capacità nucleari, missili a lungo raggio che possono raggiungere tutto il territorio della Nato”.
Aggiunge: “È anche preoccupante vedere che Russia e Cina stanno lavorando sempre più a stretto contatto. Questo è qualcosa che conta per la nostra sicurezza”.
La nuova normalità del conflitto globale
Stoltenberg ha concluso l’intervista annunciando una nuova realtà, una nuova normalità per la sicurezza europea. Una normalità di conflitto permanente globale, di fatto. E diversi analisti internazionali stanno giungendo alla stessa conclusione.
“Qualunque sia l’esito della guerra della Russia contro l’Ucraina, l’Occidente deve prepararsi a un conflitto di durata incalcolabile. La minaccia di Putin delle armi nucleari giocherà un ruolo chiave in questo” ha spiegato il politologo tedesco Peter Graf von Kielmansegg in uno scenario per il quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung (FAZ). Qui la sua analisi (https://www.ripartelitalia.it/politologo-tedesco-siamo-gia-dentro-un-nuovo-conflitto-mondiale-e-avra-una-durata-incalcolabile/).
La lenta ricostruzione della pace
La pace dunque al momento è un miraggio, una chimera. Si è rotta in troppi pezzi ed il quadro è talmente complicato che toccherà a costruttori di buona volontà rimettere insieme faticosamente tutti i pezzi.
“Il Consiglio d’Europa è figlio di quella spinta al multilateralismo che caratterizzò gli anni successivi al Secondo conflitto mondiale, insieme al sistema delle Nazioni Unite” ha ricordato pochi giorni fa il presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel suo discorso all’Europarlamento di Strasburgo (https://www.ripartelitalia.it/presidente-mattarella-garantire-la-sicurezza-e-la-pace-e-responsabilita-intera-comunita-internazionale/).
“Una spinta basata su una considerazione elementare: la collaborazione riduce la contrapposizione, contrasta la conflittualità, aumentando le possibilità di composizione positiva delle vertenze. Non fu facile imboccare la strada della riconciliazione. Così come non è stato facile giungere alla condivisione di una comune eredità; avere il coraggio di passare, nel rapporto tra gli Stati, dal diritto della forza alla forza del diritto. Costruire una pace duratura è stato un processo lento e graduale che ha saputo evitare il rischio di una terza guerra mondiale, sfiorato con la guerra di Corea e il blocco di Berlino, e ha saputo passare, in quegli anni lontani, attraverso la regolazione della condizione dell’Austria sotto clausola di neutralità e il superamento della crisi di Cuba. Quanto la guerra ha la pretesa di essere lampo – e non le riesce – tanto la pace è frutto del paziente e inarrestabile fluire dello spirito e della pratica di collaborazione tra i popoli, della capacità di passare dallo scontro e dalla corsa agli armamenti, al dialogo, al controllo e alla riduzione bilanciata delle armi di aggressione. E’ una costruzione laboriosa, fatta di comportamenti e di scelte coerenti e continuative, non di un atto isolato. Il frutto di una ostinata fiducia verso l’umanità e di senso di responsabilità nei suoi confronti” ha ricordato Mattarella.
Parole sagge, parole vere.








