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L’Italia riparta con la strategia delle 3 D: Donne, Didattica, Democrazia

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Un coro unanime composto da scienziati, giornalisti e osservatori invoca l’adozione della strategia delle 3 T – Testare, Tracciare, Trattare – per affrontare al meglio la convivenza con il virus. Ma il vero rilancio dell’Italia probabilmente sarà possibile solo attraverso l’adozione anche di un’altra strategia: quella delle 3 D – Donne, Didattica, Democrazia.

L’Italia sconta la più bassa partecipazione delle donne al mercato del lavoro in Europa: il tasso di occupazione equivalente a tempo pieno del 44,4% contro il 69,3% degli uomini è il dato più basso fra i 27 Paesi della UE secondo l’ultimo rapporto Le donne sul mercato del lavoro della Commissione Europea. E questo nonostante un’alta scolarizzazione di livello superiore o universitario dove i rapporti di forza fra i generi si sono invertiti già a partire dal 2005, anno in cui l’ISTAT registrò il sorpasso delle donne sugli uomini in tema di successo nei percorsi formativi: l’80% delle donne concludono il ciclo di scuole superiori e si diplomano e ben il 28,1% delle venticinquenni italiane si laureano contro il 19% dei coetanei maschi.

Eppure questo capitale umano ricco di competenze, approccio multifunzionale alla risoluzione dei problemi, attitudine all’ascolto e all’empatia non trova il giusto spazio e la proporzionale gratifica economica né nel mercato del lavoro, né ai vertici delle aziende più importanti del Paese e tanto meno all’interno delle istituzioni repubblicane. Una assenza che incide negativamente sulla produzione della ricchezza nazionale e sulla dinamicità del Paese. Le strutture sociali non si sono adeguate per colpa di scelte politiche che hanno osteggiato la creazione di una rete di sostegno nei confronti delle donne chiamate per retaggio culturale a svolgere funzioni di accudimento familiare nei confronti dei  bambini e degli anziani presenti nelle loro famiglie. 

Che la rappresentanza politica sia fatta ancora in prevalenza da uomini può essere una facile spiegazione del perché lo Stato non si sia impegnato a rimuove gli ostacoli  presenti nel sistema sociale e lavorativo per consentire una più agevole partecipazione delle donne alla vita pubblica e produttiva del Paese. Ma l’approccio della politica appare sempre estemporaneo e reattivo e mai strategico e pro-attivo. Si prenda ad esempio il caso delle decine di task-force costituite dal governo per coadiuvarlo nella gestione della crisi sanitaria: esse sono pieni di esperti di genere maschile. Fa premio il metodo della cooptazione: uomini scelgono altri uomini, che occupano in percentuale maggiore posti di responsabilità nel mondo dell’impresa e dell’accademia. Solo l’indignazione sui social ha costretto il governo a riservare ex-post una quota di partecipazione alle donne, anche qui mostrando la logica della riserva indiana, piuttosto che la logica della selezione meritocratica ex-ante

Lo stesso riflesso patriarcale consente all’Italia, unico Paese in Occidente, di tenere fuori da scuola i bambini e i ragazzi fino a settembre, nella migliore delle ipotesi. Una scelta possibile proprio perché le condizioni strutturali della partecipazione femminile al mercato del lavoro consentono di scaricare sulle donne il peso di questa decisione. Nel più classico dei paradossi le condizioni di arretratezza incentivano la politica a utilizzarle anziché tentare di rimuoverle e incentivare così un cambio di paradigma. 

La didattica resta una questione marginale, mentre è il tema centrale sul quale definire le strategie per il futuro del Paese. Non solo più risorse in termini di edilizia, infrastrutture materiali e immateriali e strumenti, occorre la ridefinizione dei percorsi didattici, prestando attenzione ai linguaggi e ai temi della contemporaneità, senza trascurare la nostra identità classica sempre più necessaria per integrare di competenze etiche e filosofiche i team di lavoro chiamati a decidere sul futuro delle società fondante sull’Intelligenza Artificiale. E, infine, un grande stimolo economico per incentivare i migliori a scegliere la via della didattica (non solo universitaria, ma anche primaria e secondaria) come percorso professionale nel quale realizzarsi. Una strategia che consenta al Paese di formare cittadini non solo competenti, ma consapevoli. 

Perché la qualità dei singoli cittadini che formano l’insieme dell’elettorato, intesa come capacità di analizzare in modo fattuale la realtà che li circonda e valutare in modo consapevole gli effetti delle proprie scelte su di sé e sulla comunità, è l’elemento indispensabile affinché una democrazia liberale non degeneri in una qualche nuova forma ibrida di governo, dove la partecipazione viene garantita solo in modo artefatto e disfunzionale. 

La democrazia liberale e rappresentativa è il sistema al quale non possiamo rinunciare, perché senza di esso verrebbero meno tutte le libertà che sono state conquistate in occidente in oltre 400 anni di lotte. Ma per il corretto funzionamento della democrazia e delle sue istituzioni c’è bisogno di una continua manutenzione. Soprattutto dei suoi principali attori: gli elettori e i partiti. Se per gli elettori la manutenzione può giungere attraverso un sistema didattico efficiente basato sui principi del pensiero razionale e scientifico, per i secondi occorre utilizzare, paradossale a dirsi, il semplice principio democratico. La nostra Costituzione, se non la più bella del mondo, come alcuni apologeti acritici rivendicano, è pur sempre uno scrigno dove i padri costituenti hanno lasciato diverse chiavi per aprire le porte che conducono verso un futuro di benessere possibile. Il legislatore in questi oltre 70 anni ha saputo coglierne e utilizzarne diverse, costruendo leggi che hanno plasmato in modo positivo la nostra realtà sociale. Un esempio su tutti: l’attuazione dell’articolo 32 dove si tutela la salute come fondamento del diritto dell’individuo e dell’interesse della collettività ha consentito la creazione del Sistema Sanitario Nazionale su base universalistica. In questi mesi, attraverso una semplice analisi comparativa con altri Stati impegnati come noi contro la pandemia, abbiamo potuto constatare cosa significhi vivere in uno Paese che garantisce a tutti le cure mediche gratuitamente. 

Ora è giunto il tempo di cogliere il significato profondo di un altro articolo della Costituzione  fondamentale per far ripartire l’Italia, l’articolo 49: Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.

Sono i partiti lo strumento attraverso il quale i cittadini possono concorrere a determinare la politica dello Stato. Il metodo è quello democratico. Ma uno Stato democratico può avere senso e può essere considerato tale se viene guidato da partiti che quel metodo ignorano per la propria gestione interna? Può essere davvero democratico uno Stato dove i partiti non sono associazioni di liberi, ma strumenti padronali, perché fondanti sulle risorse economiche di pochi o la proprietà di soggetti esterni ai partiti stessi degli strumenti di partecipazione degli iscritti, dove essi svolgono il mero ruolo di adepti, di tifosi, di comparse e non possono concorrere realmente alla guida e alla definizione delle politiche da proporre agli elettori, perché al loro interno è impedito proprio quel metodo democratico per la selezione dei ruoli e delle responsabilità degli iscritti?

Se il legislatore trovasse il coraggio di obbligare i partiti a utilizzare il metodo democratico per la loro gestione interna, avremmo una maggiore partecipazione, più merito e più competenze, più giovani disposti a impegnarsi in politica e inevitabilmente più donne in posizioni di potere: in sintesi una migliore classe politica dalla quale attingere per formare una migliore rappresentanza nelle istituzioni. Questo processo inevitabilmente produrrà uno stravolgimento delle priorità dell’agenda dei governi, maggiormente composti da donne con maggiore attenzione ai temi della reale partecipazione femminile al mercato del lavoro e alla rimozioni di quegli ostacoli ora presenti che frenano anche l’economia del Paese. Per una classe dirigente così composta sarebbe inevitabile concentrarsi sulla creazione di un sistema didattico fin dalla prima infanzia basato su una strategia rivolta al futuro capace di formare donne e uomini più consapevoli e allenati ai principi della critica razionale. 

Il Paese sarebbe migliore, economicamente più forte, più aperto e consapevole; la democrazia più funzionale. 

Più democrazia, più donne, più didattica. Far ripartire l’Italia è possibile. 

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