Continua il viaggio del nostro Osservatorio che vuole dare voce a tutte quelle realtà colpite dall’emergenza dei rincari costrette a fare scelte drastiche per cercare di non rimanere soffocati dalla crisi.
1 – Giuseppe Roscioli (Federalberghi): “Non conviene stare aperti”
“E’ da tempo che stiamo avvertendo le istituzioni che la situazione stava peggiorando. Tutta la montagna ha già detto che non avrebbe aperto a inizio novembre e probabilmente avrebbe chiuso prima. Il paradosso arriva adesso, perchè queste bollette rappresentano 4-5 volte l’importo pagato l’anno scorso. Adesso i costi diventano insopportabili e questo fa sì che non conviene stare aperti, conviene stare chiusi. Che lavoro a fare per un anno intero se ci devo addirittura rimettere perchè le bollette sono superiori agli incassi? Il periodo del lockdown era più sostenibile, anche perchè quantomeno c’erano degli aiuti.
Quelli che danno adesso non sono assolutamente sufficienti di fronte ad aumenti del genere. Solo l’iva che torna allo Stato è superiore all’intervento che fa rispetto alla bolletta. Mi auguro che adesso vengano prese le misure giuste. Purtroppo abbiamo visto che l’Europa quando si tratta di temi importanti purtroppo latita. Sul tema dell’energia, del covid, della migrazione ognuno fa per conto suo. Questo non va bene”. Lo dice Giuseppe Roscioli, presidente di Federalberghi Roma, ai microfoni della trasmissione “L’Italia s’è desta” su Radio Cusano Campus.
2 – I piccoli player dell’energia a un passo dal default
Si potrebbe definire la variante impazzita della crisi energetica che sta mettendo a dura prova famiglie e imprese. Accanto a loro, infatti, anche le aziende energetiche che riforniscono gas ed elettricita’ (e che rappresentano l’ultimo tassello della filiera energetica) si trovano in grande difficolta’ nel rifornire di energia imprese e famiglie, dovendosi confrontare con un mercato sempre piu’ volatile e imprevedibile e, soprattutto, con ridotti margini di guadagno e un contestuale assorbimento di cassa elevato. Qualcuno, come Europe Energy ha gia’ portato i libri in tribunale e ora il 15% delle 500 aziende attive in Italia nella fornitura di luce a gas rischia di fare altrettanto nell’immediato futuro.
Il faro e’ stato acceso dalla societa’ di consulenza Oliver Wyman, che in un’indagine visionata in esclusiva da MF-Milano Finanza ha sottolineato come la maggior parte dei piccoli player si trovi in condizioni di forte stress finanziario; una situazione destinata ad aggravarsi nei prossimi mesi. “Il default di queste aziende avrebbe ricadute su piu’ di 1,5 milioni di consumatori sull’intera filiera, con la concreta possibilita’ che gli impatti si estendano sia a quelle realta’ che fino a oggi hanno dimostrato una condizione finanziaria piu’ resiliente sia ai piccoli operatori, con un conseguente aumento del rischio sistemico”, spiega Angelo Rosiello, partner di Oliver Wyman.
Al di la’ dell’ovvio effetto innescato dai prezzi energetici, a contribuire al progressivo peggioramento della situazione e’ stata una serie di concause. Finora, sottolinea Rosiello, “le tariffe a prezzo fisso hanno protetto buona parte dei consumatori, seppur causando forti perdite per quegli operatori che non hanno gestito prontamente il cambio di scenario e si sono trovati costretti ad adempiere a quanto previsto dai contratti”.
Tuttavia, nei mesi a venire, “quegli stessi rischi, considerati in passato marginali negli accordi commerciali e che oggi invece sono esacerbati dallo scenario corrente, verranno prezzati dai rivenditori, che toglieranno puntualmente alcune opzioni e formule dal mercato”. Ci sono poi i limitati spazi di manovra su oneri e imposte da parte del governo per alleggerire le bollette: piu’ di 25 miliardi di euro a sostegno di cittadini e imprese, a cui si aggiungera’ un pacchetto da ulteriori 13 miliardi; la previsione di un aumento del rischio di credito causato dai prezzi delle materie prime in costante crescita; l’impedimento della modifica unilaterale dei contratti da parte dei fornitori di energia per tutelare i clienti finali (dl Aiuti bis), che ha pero’ messo a rischio la stabilita’ finanziaria dei retailer non integrati sulla filiera e che non hanno assicurato un approvvigionamento adeguato, anche a causa di una limitata liquidita’ di mercato.
“Tutto questo sta mettendo sotto stress i bilanci delle aziende puramente retailer, cosi’ come quelli di operatori piu’ integrati lungo la catena del valore energetica (seppur questi ultimi conseguano profitti maggiori)”, chiosa Rosiello. In pratica, “a un certo punto, le societa’ che hanno una forte esposizione sulla vendita o che sono focalizzate solo su di essa (i retailer) sono rimaste esposte in termini di liquidita’ in seguito alla crescita del prezzo delle commodity, accompagnata da grande volatilita’”. Cio’ “ha portato a un assorbimento di liquidita’ che per ora e’ stato gestito dai grandi player, seppur con un certo grado di difficolta’, mentre ha decisamente schiacciato gli operatori piu’ piccoli dati i brevi tempi di pagamento legati all’approvvigionamento di commodity a mercato, solitamente settimanali, che determinano un esborso piu’ veloce rispetto all’incasso dei crediti cliente”.
Tutto questo pone dunque alcuni temi sulla gestione della situazione da parte delle utilities. In primis, servirebbe un sostegno a livello di autorita’ bancarie che permetta di fornire garanzie alle banche tali da permettere a queste ultime di “assumersi determinati rischi”, dice Rosiello. Un circolo virtuoso che a questo punto metterebbe gli istituto di credito nella condizione di poter concedere piu’ agevolmente linee di credito ai soggetti piu’ vulnerabili.
C’e’ pero’ anche una responsabilita’ in capo alle aziende, dal momento che “non possono aspettare aiuti in maniera passiva”, precisa il manager. Queste realta’ dovrebbero “condurre un’analisi di stress test, ossia “simulare la pfn in maniera analitica rispetto a uno scenario di shock di prezzo, ponendo particolare attenzione ai mesi invernali, tarando le linee di credito al fine di reggere lo stress”. Una sorta di “gestione del circolante in ottica di turnaround” perche’, conclude Rosiello “il mercato non fa sconti e la tempesta sembra non aver intenzione di passare”.
3 – A rischio 300 mila imprese e 3 milioni di lavoratori
“Almeno 300mila imprese rischiano di crollare sotto il peso di oltre 300 miliardi di debiti, rischiando di far ingrossare le file della povertà con pesanti contraccolpi per l’occupazione di circa 3 milioni di persone. Si preannuncia un autunno caldo a cui dare risposte”. Ad affermarlo è Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative commentando quanto emerge dal Focus Censis Confcooperative ‘Un paese da ricucire’. Il quadro emergenziale è fotografato dalla povertà delle famiglie, dal lavoro povero e dal lavoro nero, dalle difficoltà crescenti delle imprese con contraccolpi sull’occupazione e sul credito.
Nell’anno della ‘tripla crisi’ dal Covid, all’energia alla guerra nel cuore dell’Europa, dice Maurizio Gardini, presidente Confcooperative, “torna ad aumentare il rischio default per le imprese italiane negli anni 2019-2022. Le imprese a rischio erano il 12,6% nel 2019 salgono al 16,1%. Le imprese vulnerabili crescono da 29,4% al 32,6%. Le imprese solvibili scendono dal 40,5% al 36,1%%. Le imprese solide calano dal 17,5% al 15,2%”.
Le più colpite sono le microimprese più esposte all’impatto di questa ‘tripla crisi’. Le micro imprese (meno di 10 addetti) sono a rischio default il 16,7%, vulnerabili il 35,2%. Tra le piccole (10-50 addetti) a rischio default il 9,9% e il 26% sono vulnerabili. Le medie (50-250 addetti) a rischio default il 6%, vulnerabili il 19,9%. Tra le grandi (oltre 250 addetti) a rischio default il 4,4%, vulnerabili il 15,6%.
L’impatto su imprese, addetti e debiti finanziari, si rileva, potrebbe avere un epilogo drammatico. A rischio default 100.000 imprese, mentre 200.000 rimarrebbero estremamente vulnerabili con 832.000 persone occupate a rischio e 2,1 milioni vulnerabili. Con 107 miliardi di debiti finanziari a rischio e 196 vulnerabili.
La distribuzione geo territoriale della crisi evidenzia una maggiore fragilità delle imprese del Sud e delle isole, ma sono interessate tutte le regioni italiane, anzi in termini assoluti e non relativi morde di più nel Nord Est e nel Nord Ovest.
4 – Lo tsunami energetico in Sardegna
In Sardegna i rincari del 75,6% delle bollette dell’elettricita’ rispetto al 2021 rischiano di tradursi in quello che la Confartigianato regionale descrive come uno ‘tsunami’ energetico per aziende e cittadini. L’aumento maggiore, secondo l’Ufficio studi dell’organizzazione artigiana, si rileva a Olbia-Tempio con +73,6% rispetto all’anno precedente. Seguono la provincia di Sassari con +64,7% e Cagliari con +66,4%. “L’ennesimo aumento dei costi energetici, annunciati da questo mese, ci pone davanti a un’emergenza senza precedenti”, paventano la presidente Maria Amelia Lai e il segretario Daniele Serra. “Rischiamo una vera e propria catastrofe economica e imprenditoriale. Il prossimo Governo deve intervenire subito, perche’ migliaia di attivita’ potrebbero chiudere. Se lo Stato non ha le risorse e’ indispensabile utilizzare i fondi europei per calmierare subito il costo delle bollette”.
“Occorre attuare incisive politiche di diversificazione del mix energetico, puntando sulla riduzione della dipendenza dal gas russo, investendo sulle energie rinnovabili e sull’efficienza”, incalzano i vertici di Confartigianato Imprese Sardegna. “”Altrettanto importante e’ intervenire sulla composizione tariffaria, con una misura strutturale di riduzione degli oneri generali in bolletta e il loro finanziamento mediante altre forme di gettito”.
Lai e Serra sono critici anche sul meccanismo introdotto per consentire alle imprese di accedere al credito d’imposta e parlano di “procedure enormemente complesse e discriminatorie verso una buona parte di piccole aziende che non hanno i requisiti per accedervi ma che subiscono anch’esse rincari allucinanti”. “Per richiedere il credito d’imposta”, spiegano presidente e segretario di Confartigianato Imprese Sardegna, “vengono richiesti troppi documenti e sono troppi complessi calcoli, una vera follia burocratica: la procedura e’ estenuante e, soprattutto, l’impresa deve prima pagare le fatture per scontarsi solo successivamente il proprio credito entro fine anno.
Sarebbe stato molto piu’ utile e pratico prevedere dei benefici come quelli gia’ messi in campo nel Decreto Sostegni, che prevedeva aiuti immediati e automaticamente ricompresi in fattura (azzeramento degli oneri di sistema e la riduzione Iva sul gas al 5%). Per questo e’ necessario semplificare al massimo le procedure”.
5 – Bollette, ditta Brianza: “Con la corda al collo ma le paghiamo”
Nel giro di pochi mesi un’azienda storica e in salute e’ a un passo dall’abisso con 10 operai su 10 in cassa integrazione e a rischio di prossima chiusura a causa della crisi energetica. “Con una corda al collo” è l’immagine cruda scelta da Antonella Sterza, titolare assieme al marito della ‘Cromatura del Seveso’ di Bovisio Masciago, provincia di Monza e Brianza. “C’e’ chi non paga le bollette? Noi non lo possiamo fare non solo perche’ dovremmo interrompere la produzione, ma anche perche’ non e’ nei nostri principi sottrarsi ai pagamenti di quello che si deve. Pero’ il governo ci deve aiutare”.
Nella ditta attiva dal 1974, spiega Sterza all’AGI, l’attivita’ principale e’ quella di “rendere lucidi e brillanti pezzi di ferro grezzi per vari usi, dal tubo della scopa ai tavolini”. La crisi ha avuto un doppio impatto: “da una parte non abbiamo piu’ lavoro perche’ le forniture sono diminuite, dall’altra non possiamo accendere l’impianto perche’ costa troppo”. La soluzione, al momento, “e’ accumulare piu’ lavoro possibile e accendere solo tre giorni alla settimana. Il gas ci costa 9mila euro al mese al posto dei 2mila di prima e ora aspettiamo la nuova batosta che sara’ peggio di quelle gia’ arrivate”. Il futuro e’ quella “corda” che potrebbe stringersi ancora di piu’: “Se la politica non fa qualcosa, chiudiamo entro fine anno”.
6 – Vittorio Messina (presidente Assohotel): “Duemila alberghi meditano la sospensione dell’attività”
“Soprattutto nelle località turistiche a stagionalità breve, sono tanti gli imprenditori, secondo le nostre stime quasi 2mila, che stanno pensando a ‘sospendere’ l’attività ricettiva per la bassa stagione. L’aumento dei costi energetici, infatti, rende insostenibile l’attività in mancanza di flussi consistenti di viaggiatori”.
Così Vittorio Messina, presidente Assohotel Confesercenti all’Adnkronos nel commentare la situazione critica del settore con una catena alberghiera pugliese che ha annunciato la necessità di chiudere le strutture per i costi insostenibili.
Qui l’elenco pubblicato ieri dal nostro Osservatorio
Per saperne di più:

L’Italia delle case vuote nei posti sbagliati | Lo studio

Il fiscal gap che soffoca le nuove generazioni a danno di quelle attuali | L’analisi di Laurence Kot...

Quando le disuguaglianze aumentano e le opportunità di mobilità si riducono, fiducia e coesione risc...

Disagio socio-economico: nove indicatori per mappare le fragilità sociali nei quartieri di 25 | Il r...

La regia occulta dietro le rivolte di Milano e Torino | L’analisi di Maurizio Molinari






