Banche e fondi esteri avranno di sicuro recitato la parte del leone nel contribuire all’offerta da primato che ha accompagnato la prima doppia emissione sindacata di BTp dell’anno.
Già nel 2025 le richieste provenienti da oltre frontiera si sono rivelate fondamentali per coprire l’offerta posta sul mercato dal Tesoro e colmare il vuoto lasciato dalla Bce ormai stabilmente impegnata nella riduzione del portafoglio titoli.
E lo rimarranno presumibilmente per tutto il corso del 2026, durante il quale l’Italia dovrà collocare sul mercato strumenti di debito a medio-lungo termine per un valore lordo compreso fra 350 e 365 miliardi di euro.
Guardando all’anno che ci siamo appena lasciati alle spalle appare infatti chiaro il ruolo chiave svolto dagli investitori internazionali.
I loro acquisti netti complessivi avevano già superato alla fine di ottobre i 100 miliardi, contribuendo insieme agli afflussi provenienti dalle famiglie (45 miliardi) e dalle banche nazionali (40 miliardi) a coprire in modo più che adeguato quella parte di offerta che non prende in considerazione i titoli in scadenza e i disinvestimenti dell’Eurotower, pari a circa 180 miliardi.
Il miglioramento della percezione dell’affidabilità creditizia del nostro Paese, confermato dalle promozioni ottenute dalle agenzie di rating, è stato un elemento senz’altro determinante all’origine di un interesse che si protrae ormai da oltre due anni e ha ribaltato i movimenti che avevano penalizzato il debito italiano negli anni successivi alla pandemia.
Non si può tuttavia ignorare l’attrattiva rappresentata dai rendimenti stessi offerti dai BTp, tuttora fra i più elevati nell’area euro e soltanto negli ultimi mesi appaiati dagli OaT di una Francia in piena crisi.
Più che all’indicazione fornita dallo spread nei confronti del Bund – notevole anch’essa, vista la discesa a livelli che mai visti dopo la Grande crisi finanziaria del 2008 – è presumibile che dall’estero si sia data piuttosto un’occhiata a quanto abbiano fruttato, cedole comprese, i titoli italiani negli ultimi dodici mesi.
Il guadagno complessivo, che gli analisti di Deutsche Bank stimano pari a 13,3%, non ha rivali nell’Eurozona: supera l’1,6% offerto dai titoli spagnoli (altri vincitori nel 2025), ma soprattutto si confronta con il magro 0,2% ottenuto dai bond sovrani francesi e le perdite dell’1,4% subite da quelli tedeschi.
Gli esperti di mercato si affacciano per la verità al nuovo anno con molta cautela nei nostri confronti.
Goldman Sachs è per esempio convinta che le dinamiche che hanno propiziato la sovraperformance dello scorso anno – l’atteggiamento fiscale improntato alla cautela e la stabilità politica – possano proseguire anche nel 2026, ma temono che “le buone notizie siano sempre più scontate”.
La banca d’affari statunitense non è certo l’unica a pensarla così, ma arriva a prevedere un “modesto allargamento” degli spread dei BTp rispetto agli attuali livelli, anche perché gli investitori potrebbero dedicare “un’attenzione precoce alle elezioni politiche in programma nel 2027”.
Non è tuttavia detto che quest’ipotetico scalare di marcia dei nostri titoli sia in grado di rallentare l’appetito della platea internazionale.
Nonostante gli acquisti effettuati in questi ultimi due anni, UniCredit Research ritiene infatti “probabile che gli investitori esteri rimangano leggermente sottopesati sui BTp rispetto ai livelli del 2019 e ancor più rispetto al 2015”.
Il loro apporto potrebbe quindi risultare ancora significativo quest’anno, ben più di quello offerto dal segmento retail che alla fine del terzo trimestre 2025 aveva aumentato l’esposizione sui titoli di Stato italiani fino a 17,5% del proprio patrimonio finanziario e che quindi ha “un margine limitato per un ulteriore aumento significativo dell’allocazione rispetto ai livelli attuali”.








