“Dopo l’entrata in vigore del codice Vassalli del 1989, la separazione dei ruoli fra giudici e pubblici ministeri era necessaria perché altrimenti non può esistere processo accusatorio o di parti”.
Lo afferma, in un’intervista a La Stampa, l’ex presidente del Senato Marcello Pera, parlando del referendum sulla riforma della giustizia.
“Dopo il giusto processo” – aggiunge – “, la riforma costituzionale del 1999, la separazione è diventata obbligatoria, altrimenti non ci sarebbe un giudice terzo.
Oggi abbiamo un ordinamento che è incompatibile con la Costituzione.
Disse Vassalli il 19 novembre 1986 in Aula: ‘Alla separazione dei ruoli non si pensa ancora di arrivare o se ne parla genericamente, speriamo che ci si arrivi’. Ora ci siamo”.
Il punto del sorteggio è forse il più indigesto per la magistratura associata.
Non c’erano altri metodi per depotenziare le correnti?
“Si sono tentati tanti sistemi elettorali” – prosegue Pera – “, ma senza esito.
Se si riconosce che le cosiddette correnti, che poi sono piccoli partiti politici giudiziari a fini di carriera e potere, sono una anomalia grave e perniciosa, allora il sorteggio è drastico ma equo perché cieco».
«Il riequilibrio di poteri a cui mira la riforma è quello fra giudici e pubblici ministeri.
Se la carriera dei giudici dipende dai voti dei pubblici ministeri, allora non c’è equilibrio interno.
Allo stesso modo, non c’è equilibrio esterno se giudici e pubblici ministeri riuniti assieme nello stesso sindacato e nello stesso Consiglio superiore pensano di dettare legge al sovrano politico o di esserne la controparte”.
“Non c’è insofferenza verso l’indipendenza della magistratura” – afferma ancora l’ex presidente del Senato – “, ma verso la tracimazione della magistratura.
Personalmente sono insofferente verso le sentenze pronunciate o le indagini iniziate in nome di un diritto umanitario non scritto.
Verso gli scioperi o i pronunciamenti per opporsi a Governo e Parlamento.
Verso le manifestazioni davanti al Presidente della Repubblica.
Verso quei magistrati che si agitano nelle piazze e poi si mettono la toga e vanno in aula.
Verso chi reclama autonomia e non riconosce l’autonomia del legislatore politico” – conclude.








