L’ultima relazione del MEF sull’economia sommersa e sull’evasione fiscale, redatto sotto la guida di Nicola Rossi, racconta di un paese che sta significativamente migliorando: il tax gap (ossia il rapporto fra il gettito evaso e quello potenziale) si sta riducendo per quasi tutte le imposte.
Rispetto al picco del 2004, nel 2022 (ultimo dato disponibile) il tax gap dell’IVA è sceso dal 34,3% al 18,4%.
La distanza rispetto al tax gap medio dell’Unione europea è crollata da 16 punti a 2.
Per il totale del gettito tributario, il gap è sceso dal 35% al 26%.
Il merito, secondo il rapporto, va in gran parte alla diffusione dei pagamenti digitali, a cominciare dalla fatturazione elettronica.
Se questo è vero, c’è da chiedersi se l’emissione un euro digitale emesso dalla BCE sia una buona idea.
Alla Bce ci si sforza di dire che l’euro digitale è simile al contante, dunque avrà le stesse caratteristiche di anonimato: non ci sarà un grande fratello alla cinese!
A chi obietta che transazioni non tracciabili non sono una grande idea si risponde che l’euro digitale potrà essere detenuto solo in piccole dosi (altrimenti non si capisce che fine faranno i depositi e con essi le banche).
Se è così, forse non è un gran male.
Ma allora non si dica che l’euro digitale ci libererebbe dal predominio dei colossi americani nel sistema dei pagamenti.
Se invece l’ambizione è quella soppiantare gli americani, allora i limiti di utilizzo e detenzione dell’euro digitale dovranno essere enormemente più alti e i progressi nella lotta all’evasione fiscale rischieranno di essere messi in forse.








