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L’economista Francesco Grillo: “È arrivata la crisi di crescita di Internet” | L’analisi

Può essere stato il 2022, l’anno nel quale si è invertita quella che sembrava l’inarrestabile ascesa dei giganti di Internet?

In effetti, dopo circa vent’anni di crescita continua, l’anno appena passato ha segnato una forte inversione di tendenza.

Che peraltro segue la poderosa impennata registrata nel periodo pandemico quando cioè le imprese digitali globali permisero, letteralmente, al mondo di continuare a girare.

Meta-Facebook ha perso il 70% del proprio valore in un anno; Netflix il 60%; Amazon e Alphabet-Apple di meno ma comunque, rispettivamente, quasi la metà e un terzo della propria capitalizzazione.

La caduta può essere una semplice correzione di valori eccessivi: del resto, ancora oggi Apple da sola vale di più dell’intera borsa azionaria tedesca che ospita 500 imprese incluse tutte le regine della manifattura tedesca. In realtà, però, siamo di fronte ad una crisi di crescita.

Se fosse una persona, Facebook sarebbe da poco diventata maggiorenne (fu fondata nel 2004), ma sta perdendo utenti che gli strappa la cinese Tik Tok che di anni ne ha appena sei.

E non è neppure detto che bisogna essere giovanissimi per competere: la Disney compie l’anno prossimo cento anni, ma risponde colpo su colpo alla sfida di Netflix che distribuendo film su Internet aveva messo in crisi il cinema tradizionale.

L’ultimo anno dimostra, semmai, che non è vero che le “infrastrutture digitali” (così le chiama in un recente rapporto la società di consulenza Vision & Value facendo un parallelo con le infrastrutture – ferrovie, porti, autostrade – che resero possibili le grandi rivoluzioni industriali) godono di rendite di posizione durature (come sembra ritenere la Commissione europea). È probabile che a questo periodo ne segua uno di maturazione.

Sia da parte delle imprese che hanno cambiato il mondo e che proprio per questo sono destinate ad arrendersi all’evidenza di aver assunto, ormai, un ruolo pubblico.

Sia da parte di governi e regolatori (soprattutto europei) che devono ugualmente trovare strumenti di controllo che non possono più essere quelli usati per contesti più stabili.

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