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L’aumento dei profitti surclassa la crescita dei salari | Lo scenario

Intervento di Clèment Inbona, gestore di La Financière de l’Echiquier

Sono quasi due anni che l’inflazione ha allegramente superato l’obiettivo del 2% fissato dalle autorità monetarie dell’Eurozona.

Erroneamente considerata all’inizio come un fenomeno transitorio, l’inflazione ha man mano pervaso gli scambi economici e si è fatta strada nelle menti degli operatori economici, con il rischio di restarvi?

Oggi, con la distanza necessaria, è possibile tracciare un bilancio contabile di questo primo atto di rialzo inflazionistico.

A rimetterci sono i consumatori dell’Eurozona, il cui potere d’acquisto è stato eroso.

Nel 2022 i prezzi nell’Eurozona sono aumentati del 9,2%, i salari del +5,7%.

In termini reali – tenendo quindi conto dell’aumento dei prezzi – i consumatori si sono impoveriti.

Alcuni ci guadagnano, altri ci perdono.

Tra i vincitori possiamo elencarne tre, con in primo luogo i Paesi al di fuori dell’Eurozona.

La bilancia commerciale dell’area è diventata deficitaria nel 2022 con un pil a -0,7% rispetto a un avanzo del +2,3% l’anno precedente.

Niente di più logico dato che la metà circa dell’energia consumata nell’Eurozona proviene dall’estero.

Il rialzo dei prezzi dell’energia e delle materie prime è andato quindi a favore dei Paesi esportatori.

Anche i governi sono tra i vincitori.

Sebbene strutturalmente deficitari – lo Stato francese, per esempio, registra un disavanzo cronico da quasi mezzo secolo – gli stessi hanno visto ridursi il loro rapporto di indebitamento grazie all’ondata inflazionistica: l’aumento del gettito fiscale, principalmente indicizzato sul livello dei prezzi, ha più che compensato quello del deficit pubblico, stimato in -3,7% per la zona nel 2022.

Il Fondo Monetario Internazionale stima che il rapporto debito pubblico/pil si ridurrà del -2,4% nel 2022.

Una buona dimostrazione del fatto che l’inflazione risponde agli interessi dei debitori piuttosto che dei creditori.

Le imprese, infine, sono finora annoverate tra le grandi vincitrici di questa febbre inflazionistica.

Nel complesso sono riuscite a mantenere i loro margini a livelli storicamente elevati aumentando i prezzi più dei costi, dei salari soprattutto.

Stando alla Bce, che ha appena pubblicato una nota sul suo blog ufficiale, è particolarmente vero nei settori legati all’energia o ad alta intensità energetica, oltre che in quelli che accusano un persistente squilibrio tra domanda e offerta.

Anche Christine Lagarde lo ha sottolineato pubblicamente dichiarando il 22 marzo che “finora i salari reali sono arretrati in maniera significativa mentre i margini di profitto sono cresciuti in molti settori”.

Per poi preoccuparsi in questi termini: “Ma se gli uni e gli altri tentano di minimizzare le perdite unilateralmente potremmo assistere a un meccanismo di retroazione tra margini di profitto più elevati, salari e prezzi più alti”.

In altre parole, teme un circolo vizioso “profitti-prezzi-salari” che si autoalimenti.

L’assorbimento di questa manna da parte delle aziende è una notizia positiva per gli azionisti e spiega probabilmente la buona tenuta dei mercati azionari dall’autunno, nonostante il rallentamento della crescita.

Ma questo dato di fatto non sembra sostenibile nel medio termine per diverse ragioni.

In primo luogo, perché genera tensioni sociali e trattative salariali più tese.

Il rallentamento che si sta delineando finirà per pesare sui volumi, spingendo così le aziende a cercare di racimolare quote di mercato intervenendo sui prezzi, ma questa volta al ribasso.

Il rischio di un circolo vizioso prezzi-profitti potrebbe inoltre spingere la Bce ad assumere un atteggiamento ancora più restrittivo, erodendo ulteriormente il premio per il rischio azionario, che è già attestato su livelli relativamente bassi.

Per difendersi da questi venti contrari nel prossimo atto sembra piuttosto saggio selezionare società in grado di mantenere o addirittura di aumentare i prezzi senza impattare i volumi delle vendite.

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