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[L’analisi] Il settore alimentare non ce la può fare da solo, serve il sostegno del nuovo governo

Il prossimo governo dovrà dare aiuto alle «imprese alimentari con dei sostegni atti a favorire la liquidità delle nostre aziende e gli investimenti perché sono il nostro plus». A dirlo è Mario Piccialuti, direttore generale Unione Italiana Food, che chiede un impegno all’esecutivo che uscirà dalle urne domenica, affinché supporti concretamente l’industria alimentare italiana, alle prese con l’attuale congiuntura economica, ricordando che i problemi legati all’inflazione non sono iniziati a febbraio col conflitto ucraino ma risalgono ad agosto 2021 quando i prezzi delle commodities hanno cominciato a crescere.

Ora, al pari di molti altri settori, i rincari dell’energia insieme all’aumento dei prezzi delle materie prime, grano duro e tenero in primis, stanno diventando insostenibili. Il tema è emerso in occasione di un evento dedicato alla sostenibilità della pasta, un comparto che oggi dà lavoro, con le sue 120 imprese, a 10.200 addetti e genera un fatturato di oltre 5 miliardi e mezzo. Per un pastaio, che in media ogni anno fattura 80 milioni di euro, la bolletta annua è passata da 1,5 a 18 milioni, con una incidenza sul fatturato che supera il 22%.

Di qui la richiesta al prossimo governo «non di prebende ma di sostegno» sia a beneficio della liquidità di cassa, a fronte di banche che riducono i flussi, che degli investimenti. «Ogni anno i pastai italiani investono in media il 10% del proprio fatturato parliamo di circa 560 milioni» ha ricordato Piccialuti «sono investimenti che vanno in molte direzioni inclusa la sostenibilità, non possiamo permetterci di bloccarli».

Il direttore generale di Unione italiana food, l’associazione che riunisce oltre 500 aziende di 20 settori merceologici del comparto alimentare e fattura ogni anno 45 miliardi, ha ricordato la centralità di una produzione come quella della pasta, non solo dal punto di vista economico: «Noi siamo sicuramente in grado di essere sostenibili» ha detto «ma il governo è bene capisca che le aziende non possono fare tutto da sole. Noi siamo un settore che impatta economicamente perché diamo lavoro a oltre 10mila addetti, senza contare l’indotto della pasta ma siamo anche un settore ad altissimo impatto sociale».

«Provate a immaginare la pasta non più sugli scaffali dei supermercati da domani: ci sarebbe un problema di ordine pubblico che anche il ministro più distratto vorrebbe evitare perché la pasta è il prodotto degli italiani, consumato dal 99% dei consumatori e viene consumato con una periodicità di 5 giorni a settimana». Col ministro uscente dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, Unionfood aveva avviato una interlocuzione proficua per la creazione di un tavolo permanente col Mise «che serviva per disegnare nel medio-lungo periodo la politica dell’industria alimentare italiana». Ora toccherà al nuovo governo decidere di portarlo avanti.

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