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La scienza e le verità: il valore della ricerca | L’intervento di Antonio Uricchio

Il presente contributo intende riflettere sul rapporto tra scienza e verità, collocandolo entro una cornice giuridica, etico-filosofica e istituzionale che ne evidenzi la natura processuale, relazionale e normativa.

In un contesto storico segnato dalla crescente complessità del sapere scientifico e dalla diffusione di pratiche di disinformazione, interrogarsi sul significato della verità e sulle condizioni della sua ricerca non rappresenta soltanto un esercizio teorico, ma un’urgenza etica e civile.

La riflessione che segue si colloca nell’alveo della filosofia morale e dell’etica pubblica, assumendo come riferimento tanto la tradizione filosofica quanto il quadro giuridico-istituzionale che governa oggi la ricerca scientifica.

La verità, lungi dall’essere un dato immediato o un possesso definitivo, si configura anzitutto come una relazione tra un soggetto conoscente e un oggetto conosciuto, e qui entra in gioco un altro elemento di valore: “la conoscenza come processo” per dirla con Bruner.

Tale struttura relazionale consente di declinare il concetto di verità in ambiti differenti e non sovrapponibili – dalla verità storica a quella scientifica, fino alla verità religiosa – ciascuno dei quali obbedisce a criteri di validazione specifici.

Come già Aristotele osservava nella Metafisica, il vero consiste nell’“affermare dell’essere che è e del non essere che non è”, ma questa affermazione presuppone sempre un atto del pensiero che interpreta e giudica.

La validità della conoscenza deve trovare il suo fondamento nel Sollen (dover essere) perché in ogni atto conoscitivo viene riconosciuto un valore in virtù del quale il giudizio assume una validità universale e necessaria.

D’altro canto, non è la conoscenza, la presa di posizione più vicino al valore della verità?

In ambito scientifico, la verità non coincide mai con una certezza assoluta, bensì con un orizzonte regolativo verso cui la conoscenza tende.

Il bisogno di un orizzonte regolativo strutturato intorno al sollen (dovere), al müssen (fare necessariamente), al dürfen (essere lecito), non può essere espunto, senza conseguenze, dalla riflessione etico-filosofica e giuridica.

L’epistemologo Karl Popper ha chiarito in modo paradigmatico questo punto, sostenendo che la scienza non procede per verificazioni definitive, ma per congetture e confutazioni: essa avanza mettendo costantemente alla prova le proprie ipotesi, accettando il rischio dell’errore come condizione stessa del progresso conoscitivo.

In questo senso, la verità scientifica è sempre provvisoria, rivedibile, aperta al dubbio.

“L’etica non è una scienza, afferma Popper, ma benché non ci sia alcuna base scientifica dell’etica, c’è una base etica della scienza e del razionalismo”.

Penso che sia urgente, nel nostro tempo, dislocare su un piano nuovo la ricerca scientifica e l’istanza teoretico-conoscitiva, facendole, in qualche modo, interagire con quella etico-giuridica e valoriale per la soluzione di ogni problema e Popper stesso sostiene che la ricerca scientifica consiste nel risolvere problemi e la vita stessa è costituita da problemi da risolvere e quindi “apprendere a risolvere problemi significa apprendere a vivere”.

Il valore che media la relazione tra soggetto e oggetto è la conoscenza.

La scienza, intesa come impresa collettiva di ricerca della verità, si fonda su un metodo che combina osservazione empirica, formalizzazione teorica e riflessione critica.

Il metodo galileiano ha rappresentato una svolta epocale, ma esso non esaurisce la dimensione epistemica della scienza.

Come ricorda Cartesio, il dubbio metodico non è negazione della verità, bensì strumento per sottrarre il sapere all’arbitrio e all’opinione infondata.

Da questa prospettiva, la scienza non “detiene” la verità, ma si avvicina ad essa e tende verso di essa attraverso un percorso che richiede rigore, autocritica e confronto intersoggettivo.

La comunità scientifica diventa così il luogo etico della validazione del sapere, in cui la verità emerge non come imposizione autoritativa, ma come risultato di pratiche condivise di argomentazione e controllo.

La tensione verso la verità richiede condizioni materiali e istituzionali adeguate.

La ricerca scientifica non è un processo spontaneo, affidato all’intuizione individuale o all’emozione, ma un’attività strutturata che necessita di risorse, competenze e strumenti consolidati.

In questo senso, le istituzioni deputate alla valutazione della ricerca svolgono un ruolo cruciale non solo nel misurare la qualità dei prodotti scientifici, ma nel promuovere una cultura della qualità stessa.

“Sono da alcuni anni Presidente dell’Agenzia Nazionale di Valutazione dell’Università e della Ricerca, e posso affermare che essa non è soltanto un’agenzia governativa che si occupa di valutare la ricerca ma anche di promuoverla, di affermarne il valore e la qualità”.

“È evidente che necessita consolidare competenze e costruire un modello valutativo in grado di dare valore alla ricerca stessa”.

Infatti la valutazione, se intesa correttamente, non assume un carattere censorio, bensì formativo e regolativo: essa contribuisce a rendere espliciti i criteri di scientificità, a rafforzare la responsabilità degli attori coinvolti e a riconoscere il valore pubblico della ricerca, e penso che in tale direzione dovrebbe muoversi l’intero sistema dell’istruzione, della formazione accademica e della ricerca scientifica.

Come sottolineava Max Weber, la scienza è una Beruf, non solo una “professione”, ma una vera e propria “vocazione” morale che implica responsabilità nei confronti della società, e non soltanto competenza tecnica, perché la scienza non deve limitarsi a padroneggiare metodi e competenze, ma deve connotarsi come un impegno profondo verso la ricerca della verità.

Alla base di tutta la ricerca di Max Weber vi è una domanda “sul significato della realtà e sul senso” del mondo.

La ricerca scientifica non ci libera da questa domanda che, anzi deve essere “presupposta”.

La realtà umana non potrebbe essere conosciuta se tale conoscenza fosse veramente priva di presupposti («voraussetzungslos»).

Accanto alla dimensione epistemica e istituzionale, emerge con forza una dimensione giuridica ed etica: quella del diritto alla verità, che ci consente di contrastare pratiche di disinformazione o di diffusione del falso.

Il tema del diritto alla verità emerge anche in ambiti internazionali e, sebbene il discorso pubblico faccia frequente riferimento alla verità, raramente se ne riconosce la portata normativa.

Eppure, il diritto alla verità si è progressivamente affermato nel contesto internazionale, in particolare nell’ambito delle Nazioni Unite, come diritto alla memoria e alla ricostruzione veritiera dei fatti storici, soprattutto in relazione a eventi traumatici quali genocidi, stragi e violazioni sistematiche dei diritti umani come è accaduto nel secolo scorso e come, purtroppo, sta ancora accadendo nel nostro tempo.

Il personalismo giuridico di Capograssi vede il diritto come esperienza giuridica di valore, come esperienza di vita, tanto da affermare: “Il principio del diritto è così molto semplice e molto chiaro.

In termini razionali si potrebbe dire che è la verità dell’azione, l’azione come verità che deve essere realizzata”.

C’è l’urgente necessità di promuovere il diritto alla verità come valore, traducendolo anche in proposizioni costituzionali con un’accezione che deve connotarsi nel senso di salvaguardia del metodo scientifico.

Il filosofo Paul Ricoeur ha messo in luce il nesso profondo tra verità, memoria e giustizia, mostrando come la ricerca della verità storica non sia mai neutrale, ma intrinsecamente legata al riconoscimento dell’altro e alla responsabilità verso le vittime.

In questa prospettiva, il diritto alla verità non è soltanto un diritto conoscitivo, ma un diritto morale e civile.

“È la giustizia che, estrapolando dai ricordi traumatici il loro valore esemplare, trasforma la memoria in progetto; ed è questo stesso progetto di giustizia a conferire al dovere di memoria la forma del futuro e dell’imperativo”.

Trasporre tale principio nel contesto costituzionale contemporaneo significherebbe riconoscere la verità come valore fondativo della convivenza democratica, come ha ben messo in evidenza lo statista e giurista Aldo Moro che ebbe come punto imprescindibile di ogni sua attività la ricerca appassionata della verità che egli sperimentò e comprese innanzitutto nell’attività accademica, e non solo, sottolineando come il distacco della coscienza dalla ricerca della verità e la mancanza di una profonda spiritualità siano il motivo principale della crisi che attraversa la cultura e per questo richiama la caritas veritatis (cfr. Ef. 4, 15) ed esortando al tempo stesso a mettere urgentemente in atto un “apostolato della verità”.

Accanto al giusto processo, alla tutela dell’ambiente e alla libertà di ricerca, un diritto alla verità potrebbe fungere da argine contro la disinformazione e la manipolazione del sapere, riaffermando la centralità del metodo scientifico come bene pubblico.

La libertà della ricerca scientifica, sancita dalle costituzioni democratiche, non è mai libertà assoluta, ma libertà responsabile.

Essa deve essere esercitata entro un quadro etico che ne orienti le finalità e le pratiche.

Hans Jonas, nel suo celebre Principio responsabilità, ha ammonito la modernità tecnologica circa i rischi di un agire scientifico privo di limiti morali, sostenendo la necessità di un’etica capace di guardare alle conseguenze a lungo termine dell’azione umana.

In ambiti particolarmente delicati e complessi – come la ricerca nucleare – tali principi assumono un rilievo ancora maggiore.

La ricerca deve essere eticamente giustificabile, aperta al confronto critico, trasparente nei metodi e nei risultati e la scienza deve essere aperta capace di accogliere il dubbio e il confronto.

La verificabilità dei dati e dei processi non rappresenta una forma di controllo repressivo, ma l’espressione dei principi di responsabilità e di accountability che fondano la fiducia pubblica nella scienza.

A ciò si aggiunge il tema della sicurezza, oggi rafforzato da direttive ministeriali e normative europee, che impongono standard rigorosi nella gestione dei rischi.

Sicurezza e libertà, lungi dall’essere in opposizione, costituiscono due poli di un medesimo paradigma etico: garantire che la ricerca possa svilupparsi senza compromettere la dignità umana, l’ambiente e le generazioni future.

Se la ricerca scientifica si muove entro un orizzonte che coniuga libertà, rigore metodologico, responsabilità etica, trasparenza e sicurezza, allora anche le forme di ricerca più complesse, come quelle sul nucleare, diventano non solo praticabili, ma moralmente e socialmente legittime.

La verità, intesa come processo condiviso e mai definitivamente concluso, si configura così come il fine ultimo di un’impresa scientifica che riconosce sé stessa come profondamente umana, storicamente situata e moralmente responsabile.

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