Secondo le stime di molti centri studi, il Pil 2026 potrebbe avvicinarsi a una crescita prossima al punto percentuale e quello procapite recuperare il doppio e ridurre il divario tra salari e inflazione residuale registrato nel biennio 2022-23.
Anche solo per una mini-ripresa è necessario che tutti gli attori della catena del valore e dei consumi facciano la loro parte, seguendo la traccia governativa di aiutare i redditi più bassi e stimolare il potenziale dei consumi.
Le tensioni internazionali hanno sicuramente spinto gli italiani a incrementare la normale propensione al risparmio, nonostante i bassi salari del lavoro dipendente e il reddito in contrazione di quello autonomo.
Hanno spinto a difendere piuttosto che a osare.
A disincentivare i consumi o a indirizzarli verso quelli meno costosi gioca anche il modificarsi dello stile di vita di ogni ceto sociale: maggior propensione alla spesa per il tempo libero a discapito di quella dei beni voluttuari, condizione che ha contribuito al calo della produzione industriale.
A incidere negativamente sulla propensione ai consumi, anche la spesa privata per la salute, che ha superato i 40 miliardi e che continua a incrementarsi a causa delle difficoltà del sistema sanitario pubblico.
E poi l’alert previdenziale che spinge a versamenti integrativi di quelli obbligatori.
Solo un corposo rilancio del Pil, con una crescita vicina al 2%, potrà ridare una svolta ai redditi e di riflesso ai consumi.
Per darvi corso è necessario che il lavoro dipendente venga agganciato alla produttività, che quello autonomo ridimensioni l’evasione, che la spesa pubblica sia più ordinata (meno sprechi e più efficientamento dei servizi) e che le categorie economiche siano più coinvolte dalla politica.








