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La parola del momento è affordability, e l’Italia è nei guai fino al collo | Lo scenario di Marco Leonardi

La conferenza annuale degli economisti americani è da sempre il luogo migliore per capire in anticipo dove sta andando il dibattito economico.

Quest’anno, più che di inflazione o di crescita, si è parlato di una questione apparentemente tecnica ma in realtà decisiva: il futuro della Banca centrale, la Fed, e la tenuta delle istituzioni che producono i dati economici, in particolare quelli su inflazione e salari.

Negli Stati Uniti, dopo il licenziamento del vertice del Bureau of Labor Statistics, non è successo nulla ai dati: le pubblicazioni sono continuate regolarmente, esattamente come la Federal Reserve continua a operare nonostante le pressioni politiche.

Ma proprio questo è il punto: non è accaduto nulla – per ora.

Il rischio non è l’interruzione delle statistiche, bensì la progressiva erosione dell’indipendenza delle agenzie che le producono e della Banca centrale.

È questa architettura di fiducia che consente all’economia americana di funzionare.

Da questo punto di vista l’Europa è in condizioni di grande vantaggio: sia i protocolli Eurostat di raccolta dei dati che la Banca centrale europea sono per statuto molto più indipendenti dalla politica di quanto non lo siano gli omologhi statunitensi; se non altro perché non devono rispondere a nessun governo in particolare.

Per esempio, tutte le linee di intervento in caso di crisi della Fed devono essere autorizzate dal Tesoro Usa, mentre non è così per la Bce.

Il problema è strutturale.

I dati economici sono un bene pubblico: nessuno ha un incentivo diretto a finanziarli, e tutti vogliono usarli.

I grandi dataset privati delle piattaforme digitali, delle carte di credito o dei colossi come Amazon non sono sostituti dei dati pubblici: sono parziali, non replicabili, privi di standard comuni.

Senza statistiche pubbliche credibili non esiste coordinamento economico.

Eppure il sistema di bilancio americano rende fragile questo bene pubblico: per regolamento, ogni membro del Congresso può presentare solo sette proposte di spesa all’anno, e in questa competizione per risorse scarse il finanziamento delle agenzie statistiche è sempre sacrificabile perché non produce consenso immediato.

In questo contesto, le pressioni dell’amministrazione Trump sulla Federal Reserve affinché abbassi i tassi di interesse, unite all’ostilità verso i dati “scomodi” su salari e sull’inflazione, creano una miscela pericolosa.

Il tema dei dati si lega direttamente alla parola politica del momento: “affordability”, il tema che ha guidato la vittoria di Mamdhani a New York.

Ma per un economista l’affordability ha una definizione precisa: si misura con i salari reali, cioè con ciò che un reddito consente di comprare dopo l’inflazione.

E da questo punto di vista gli Stati Uniti hanno ben poco da rimproverarsi.

I salari reali sono cresciuti lungo tutta la distribuzione, sia per i redditi bassi come per quelli alti.

Hanno continuato a crescere perfino durante il picco inflazionistico del 2022-2023.

A livello nazionale, dunque, non esiste una crisi generalizzata del potere d’acquisto.

Piuttosto, esiste un problema di affordability in alcune grandi città come New York, dove permettersi un alloggio è diventato proibitivo.

Ma nel resto del paese gli affitti, come quota del reddito, non sono aumentati in modo significativo.

L’America discute di affordability soprattutto per ragioni politiche e psicologiche, non per un deterioramento oggettivo delle condizioni economiche medie.

La storia europea, invece, è diversa.

In Europa i salari reali sono scesi durante lo shock energetico e solo successivamente hanno recuperato.

Qui il tema dell’affordability ha una base più concreta, soprattutto nelle grandi aree urbane, dove l’accesso alla casa è sempre più legato alla ricchezza familiare.

A parità di reddito, chi eredita è strutturalmente avvantaggiato.

Non è una crisi di consumo quotidiano, ma una crisi di mobilità sociale.

In Italia questo meccanismo è ancora più evidente.

Due persone che guadagnano lo stesso reddito, se competono per un appartamento a Milano, non sono affatto uguali: chi dispone di un’eredità parte con un vantaggio decisivo.

Ma questo non è, in senso stretto, un problema di affordability.

È il risultato di una scelta politica: abbiamo deciso di tassare pesantemente i redditi e quasi per nulla le eredità, cioè di non livellare il campo da gioco all’ingresso nella vita adulta.

L’Italia resta quindi una vera anomalia.

Primo, perché nel dibattito pubblico i salari reali non sono riconosciuti come la misura principale della crescita e del benessere: se lo fossero, saremmo stabilmente in fondo alle classifiche europee.

Secondo, perché qui il problema non è solo che sta bene chi eredita: è che, insieme, i salari reali continuano a perdere potere d’acquisto.

In nessun altro grande paese avanzato il crollo dei salari reali degli ultimi anni è stato così profondo e persistente.

Negli Stati Uniti l’affordability è soprattutto una narrazione politica.

In Europa è un problema di asset e di città.

In Italia rischia di essere una vera crisi generalizzata: di reddito, di opportunità e di futuro.

E senza dati credibili sui salari, non c’è politica economica che possa nemmeno cominciare ad affrontarla.

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