Sul Corriere della Sera Sabino Cassese fa il punto sul referendum della prossima primavera sulla riforma della giustizia appena approvata dal Parlamento.
Non si tratterà di dare un voto a questo o a quel governo, e neppure alla magistratura.
Quindi, osserva Cassese, non ha ragion d’essere il clamore di alcuni magistrati militanti e di una parte del corpo politico: la divisione tra sostenitori e oppositori finisce per caricare il referendum di significati ulteriori, che non vi sono.
Dobbiamo, per decidere, provare a rispondere a tre domande.
La prima: se sia legittimo e opportuno separare le carriere di chi accusa e di chi giudica nei processi.
La seconda domanda: è legittimo e opportuno che i magistrati che comporrebbero (in netta maggioranza) i due Consigli Superiori siano sorteggiati, invece che essere eletti?
La terza domanda: è legittimo e opportuno creare una Corte disciplinare con una composizione simile a quella della Corte costituzionale, con tre membri nominati dal presidente della Repubblica, tre dal Parlamento e nove dai magistrati, quindi con una larga prevalenza dei magistrati?
Ci avviamo al quinto referendum costituzionale della storia repubblicana (gli altri sono stati nel 2001, nel 2006, nel 2016 e nel 2020 e si sono conclusi con due no e due sì) nella più grande confusione.
Tradisce la Costituzione chi ritiene che con un sì o un no a questo referendum siamo chiamati a dare un voto di fiducia alla maggioranza o all’opposizione attuali.
La Costituzione ha separato la democrazia rappresentativa, quella che si svolge mediante l’elezione, dalla democrazia diretta o deliberativa, quella che si svolge lasciando la parola direttamente al popolo, mediante i referendum sulle leggi.
Utilizzare il referendum per dare o togliere una legittimazione a chi sta all’opposizione o a chi sta al governo priva i cittadini della possibilità di esprimersi su un singolo atto legislativo.
Finisce, quindi, per depauperare la democrazia italiana.








