“Nella ricerca scientifica è un principio ovvio che, quando una teoria effettua predizioni errate, la si debba correggere o si debba elaborare una teoria alternativa. Il medesimo principio, con qualche incertezza in più, vale anche nella maggior parte delle scienze sociali. La ragione di tale “incertezza in più” è legata alla maggiore genericità delle predizioni delle scienze sociali, e soprattutto al fatto che – diversamente da quel che accade nelle cosiddette scienze dure – è quasi sempre impossibile effettuare esperimenti controllati”.
Lo sostiene il sociologo Luca Ricolfi dalle colonne del Messaggero.
“C’è un campo, tuttavia, nel quale alcune predizioni errate sono facilmente constatabili, ma non incontrano alcuna resistenza, né suscitano propositi di auto-correzione. Anzi succede che la medesima teoria venga riproposta ripetutamente, in barba a una lunga successione di predizioni sbagliate. E tutto questo a dispetto del fatto che, a chi formula una teoria che sbaglia le previsioni, converrebbe – per raggiungere i suoi scopi – disporre di una teoria che invece le azzecca: conoscere come funziona la realtà è la precondizione per poterla cambiare.
Ma dove accade che le predizioni errate non contino nulla? È semplice: la teoria che persiste a dispetto dei propri fallimenti è la teoria della società italiana formulata dalla maggior parte dei media, degli intellettuali e degli esponenti politici progressisti. Questa teoria, da circa un terzo di secolo (cioè dalla discesa in campo di Berlusconi) si ostina a dipingere un paese che non esiste: povero, ogni anno più diseguale, costantemente a rischio di perdere la libertà e la democrazia.
Non proverò qui a smontare, con i dati, questo cupo stereotipo meticolosamente costruito da una parte del mondo progressista, se non altro perché in molti l’abbiamo già fatto con gli strumenti dell’economia e della sociologia. Dico solo che l’errore capitale di questa fotografia è di scambiare la parte con il tutto: dall’esistenza di seri problemi sociali sempre esistiti (primi fra tutti povertà assoluta e sfruttamento) si compie il doppio salto mortale di proiettarli su tutta o quasi tutta la società (Schlein: “Il frigo degli italiani è vuoto”), e di presentarli come il risultato dell’azione o dell’inazione del governo in carica.
Il punto su cui vorrei attirare l’attenzione è l’autolesionismo politico del racconto catastrofista. Dipingere un quadro distorto della situazione economico-sociale del Paese ha portato a non capire in tempo il fenomeno Berlusconi, quando ammoniva che “Ci sarà pure la crisi, ma i ristoranti sono pieni”. E più recentemente ha portato a illudersi sui referendum della Cgil, che hanno mobilitato (a favore del sì) solo 1 elettore su 4.
Oggi porta a non vedere che, mentre Schlein parla del frigo vuoto degli italiani, le località sciistiche sono prese d’assalto, la spesa per i regali di Natale aumenta più dell’inflazione, le persone in viaggio per vacanza sono più numerose che l’anno scorso. I problemi sociali irrisolti non mancano, ma usarli per dipingere un Paese avvitato in una spirale catastrofica è semplicemente un azzardo logico e sociologico.
Ancora peggio sono andate e tuttora vanno le cose per quanto riguarda l’allarme democrazia. Qui le previsioni sballate la dicono lunga sul grado di serietà dell’allarmismo progressista. Nel 2001, prima delle elezioni poi vinte dal centro-destra, un accorato appello firmato da Bobbio e altri intellettuali prevedeva: (a) che il potere giudiziario sarebbe stato sottomesso al potere politico, (b) che le opere pubbliche promesse da Berlusconi ci avrebbero portato fuori dall’Europa. Come si sa è successo l’esatto contrario.
Nello stesso anno, con un altro appello – molto sprezzante verso la gente comune – Umberto Eco prevedeva che, in caso di vittoria del centro-destra, sarebbe scomparsa la libertà di stampa perché tutti i giornali e tutti i settimanali (elencati uno per uno) sarebbero stati nelle mani di un unico proprietario. Nessuna di queste profezie si è avverata, ma nessuno dei loro autori ha sentito il bisogno di ammettere lo sbaglio e di rivedere la teoria in base alla quale erano state formulate.
Acqua passata? Non esattamente. Le elezioni politiche del 2022 sono state ammorbate dalle previsioni più nefaste su quello che sarebbe successo (Fascismo? Torsione autoritaria? Fine della democrazia? Caos?) nel caso avesse vinto il centro-destra guidato da Giorgia Meloni. Persino Carlo Calenda, solitamente misurato, era arrivato a profetizzare che un eventuale governo Meloni sarebbe durato non più di 6 mesi, e che – in caso di vittoria alle elezioni – la destra ci avrebbe fatto fare “la fine del Venezuela” (paradossale, visto che quella di Maduro era una dittatura comunista). Un giudizio che, a giudicare dall’atteggiamento costruttivo di Azione in parlamento, pare definitivamente rientrato.
E ora che tutte le predizioni di sventura sono miseramente naufragate alla prova dei fatti? Ora sarebbe il caso che tutto l’establishment progressista – dirigenti, intellettuali, mass media – trovasse il coraggio di correggere le teorie strampalate che per tre decenni ne hanno guidato l’azione durante la seconda Repubblica. E questo non per un dovere di onestà o serietà, ma per la sua stessa sopravvivenza politica: perché, oggi come ai tempi di Berlusconi, per gli elettori è difficile credere a chi racconta un Paese che non c’è” conclude Ricolfi.








