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Ivana Veronese (segretaria Confederale UIL): «Rivedere le scelte adottate fino ad ora in materia di lavoro»

Ivana Veronese, segretaria confederale UIL ha commentato i dati pubblicati dall’ISTAT sull’occupazione. “Forse si potrà anche dire, come comunica l’Istat, che nel 2020 il numero dei lavoratori dipendenti ed indipendenti è aumentato dello 0,3% rispetto al 2019 ma, al netto delle 89 mila unità del pubblico impiego in più e dell’incremento di forme di lavoro molto deboli come il lavoro occasionale (ex “voucheristi”) e domestico, tutto il resto del mondo lavorativo ha subito una flessione.

Forse è il caso di fare una riflessione non solamente quantitativa, ma soprattutto qualitativa del lavoro dipendente, che dovrebbe essere quello con maggiori tutele.

Considerando solo la platea delle lavoratrici e dei lavoratori dipendenti, i dati amministrativi dell’Istat mostrano un complessivo impoverimento del mondo del lavoro.

Si flette il numero medio delle settimane lavorate, quale conseguenza dei periodi di lockdown e fasi progressive di riapertura delle attività; così come si rileva un deterioramento dei redditi medi annui delle lavoratrici e dei lavoratori subordinati. Nel settore privato sono in media 3 le settimane lavorate in meno nell’anno della pandemia, passate dalle 41,6 del 2019 alle 38,2 del 2020. Salta agli occhi la diminuzione dei redditi medi annui, in caduta nel 2020 del 5,6% rispetto l’anno pre-pandemia (da € 22.793 ad € 21.519 del 2020).

Ancor peggio va il lavoro domestico, dove il già basso reddito subisce un’ulteriore riduzione del 6,8% (passando da € 7.445 del 2019 a € 6.939 del 2020).

Entrando più nel dettaglio dei dati amministrativi, dobbiamo ribadire il permanere, anzi il peggioramento, del differenziale di genere, criticità che sembra diventata strutturale. Continuano, infatti, a persistere disparità tra uomini e donne nella composizione per tipologia occupazionale (con una incidenza dei contratti a termine più alta di quella maschile), per orario di lavoro (dove l’incidenza del part-time femminile è oltre il 63%), per retribuzione (quella femminile è mediamente inferiore a quella degli uomini del 31,3%, pari a circa 600 euro mensili in meno) e non da ultimo per carriera, dove il numero di donne è drasticamente inferiore a quello degli uomini nei ruoli apicali (1 donna dirigente ogni 5 uomini).

Questi numeri rendono, a nostro avviso, evidente la necessità di rivedere le scelte adottate fino ad ora in materia di lavoro”.

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