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Intelligenza artificiale in bilico tra rivoluzione e rischio | Lo scenario

Tecnologia rivoluzionaria o pericolo per l’umanità, Bill Gates o Elon Musk.

Si può riassumere così il dibattito sull’intelligenza artificiale, riaccesosi dopo l’appello dei “mille” della Silicon Valley, capitanati dal patron di Tesla e Twitter.

Chi dei due ha ragione: Bill Gates o Elon Musk?

E quindi, lo sviluppo dell’Ai va accelerato o rallentato?

“Siamo in una fase in cui è ancora vantaggioso progredire”, spiega Luca Trevisan, direttore del nuovo Master of Science in Artificial Intelligence dell’Università Bocconi a MF-Milano Finanza.

Specializzato in informatica teorica, il professore ha insegnato a Stanford, l’università in cui ha mosso i primi passi il fondatore di OpenAi, Sam Altman, e dove è stato ideato Google.

Cosa pensa dell’appello firmato dai “mille” della Silicon Valley?

In generale credo che si stiano sovrastimando gli effetti dell’Intelligenza Artificiale nel breve termine, mentre si sta sottostimando il cambiamento nel lungo periodo.

Non ci saranno grossi sconvolgimenti nei prossimi 4-5 anni.

La vera rivoluzione arriverà tra 20-30 anni e quel che accadrà sarà inimmaginabile.

Quindi capisco il perché dell’appello lanciato da Elon Musk, ma non ne condivido il senso.

Cosa intende?

I mille hanno chiesto di prendere una pausa di riflessione.

Il problema è che non può esistere un rallentamento unilaterale del progresso tecnologico.

Mi spiego, anche se alcuni Paesi aderissero all’appello, altri lo ignorerebbero.

Ad esempio non credo che la Cina si arresterebbe.

Piuttosto che fermarci, allora, sarebbe meglio portare avanti il processo di sviluppo sotto la guida degli Stati più responsabili.

In questo modo arriveremo alle nuove scoperte prima degli scienziati dei Paesi irresponsabili, quelli che puntano a fare un uso distorto dell’Ai.

Le sue preoccupazioni sono di natura etica?

Finora il timore che la nuova tecnologia desse vita a uno psicopatico, un essere super intelligente senza la minima traccia di morale, circolava solo negli ambienti accademici legati al campo della filosofia.

Colpisce, adesso, che si stia diffondendo anche nel mondo della tecnologia, forse a causa dell’evoluzione subita dalla startup creata da Sam Atman.

A cosa si riferisce?

OpenAi è nata come organizzazione senza fini di lucro.

L’animava l’idea di sviluppare un progresso etico nell’AI, che garantisse un’evoluzione sicura.

L’obiettivo iniziale era pubblicizzare ogni scoperta, per evitare che qualcuno si trovasse da solo in una posizione dominante.

Si trattava quindi di una ricerca condotta da privati, ma con spirito accademico.

Poi lo statuto di OpenAi è cambiato: ora può generare profitti, anche se non può distribuirli agli azionisti.

È diventata una realtà a metà tra un’impresa e una ong.

E il rapporto con Microsoft non ha fatto altro che ingigantire l’antitesi con l’ideale iniziale.

Come si può ritornare alle origini?

Sarebbe opportuno rafforzare il dibattito sui temi etici.

Una riflessione è già in corso all’interno dell’Ue e dovrebbe essere allargata a tutta la società: lo scopo deve essere la creazione di best practice, necessarie ad accompagnare lo sviluppo dell’AI.

In caso contrario, sappiamo già quali sono i rischi: basta pensare ai risultati distorti che può portare l’intelligenza artificiale quando viene usata per le assunzioni o per decidere se una persona è meritevole di ricevere un finanziamento da una banca.

Quali altri pericoli vede?

Ci sarà chi guadagnerà e chi ci rimetterà.

Alcune professioni scompariranno, ad esempio i camionisti, i tassisti, o gli impiegati che interpretano e riassumono i dati.

Il mondo del lavoro evolverà e si creerà una grande domanda di sviluppatori di sistemi basati sull’intelligenza artificiale.

All’inizio l’offerta non terrà il passo, quindi gli studenti che nei prossimi anni inizieranno a cercare un lavoro dovranno essere capaci di anticipare questo cambiamento.

Come pensate di preparare i vostri alunni?

Punteremo sulla formazione orizzontale: ogni universitario dovrà possedere delle competenze legate al mondo dell’AI e dovrà essere in grado di applicarle nel settore in cui opera.

Giocherà un ruolo importante anche la formazione continua: bisognerebbe creare un’alleanza tra università e aziende per curare l’aggiornamento professionale di tutti i lavoratori, persino i più anziani, che non vanno lasciati indietro.

Come lo immagina un futuro dominato dall’AI?

Esistono due possibilità.

Potrebbe nascere un mondo in cui la tecnologia non ci sostituirà, ma si limiterà a svolgere i lavori più noiosi.

Così si creeranno nuove professionalità per l’uomo, più avanzate, e crescerà la ricchezza.

L’altra opzione è un aumento delle disuguaglianze economiche, con l’intelligenza artificiale che rimane nelle mani delle classi sociali più ricche.

Come impedirlo?

Il cambiamento tecnologico è inarrestabile, ma governabile.

Un compito che spetta alla politica, anche italiana.

L’AI porterà a una riorganizzazione dell’economia globale e chi saprà conquistarsi un ruolo importante avrà accesso a una grossa fetta della ricchezza mondiale.

Sarebbe interessante sapere come il nostro governo pensa di posizionarsi in questo processo, per capire qual è la sua idea d’Italia.

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