Il quotidiano della finanza americana, voce storica della destra liberale e conservatrice, firma l’atto d’accusa più duro: il presidente è «il principale artefice» della sconfitta repubblicana alle elezioni di metà mandato.
Ci sono editoriali che commentano un voto e altri che lo processano. Quello del Wall Street Journal appartiene alla seconda categoria. Il titolo è già una sentenza: «The Trump Reckoning Arrives», è arrivata la resa dei conti di Trump.
Il sottotitolo spiega il senso dell’operazione: «La coalizione del presidente del 2024 boccia le priorità e i risultati del suo secondo mandato». Non è la sinistra a parlare, ma il giornale di riferimento di Wall Street, dei mercati e dell’establishment conservatore.
Una sconfitta fuori dagli schemi
Il Journal parte da una premessa: il partito del presidente perde quasi sempre le elezioni di metà mandato. Questa volta, però, il risultato «ha superato lo standard». I democratici conquistano Senato e Camera, strappano seggi in Iowa, Kansas, Ohio, Carolina del Nord, Carolina del Sud e Texas, e avanzano anche nei parlamenti statali.
Per il comitato editoriale non si tratta di un normale pendolo. È un rifiuto politico, che coinvolge proprio quegli elettori indipendenti e moderati che due anni fa avevano riportato Trump alla Casa Bianca.
L’artefice della disfatta
Il passaggio centrale è senza appello. Trump è definito «il principale artefice di questa sconfitta». Il Journal anticipa anche la sua difesa: il presidente darà la colpa a Karl Rove, a John Cornyn, ai «Rino», ai repubblicani tiepidi.
Ma il giornale smonta in anticipo ogni alibi. Né l’abolizione del filibuster al Senato né il Save America Act sul voto avrebbero salvato il partito. Il problema, scrive il Journal, non erano le regole del gioco ma la qualità del governo.
Tre seggi persi per scelta
L’editoriale elenca con precisione tre seggi del Senato di cui Trump sarebbe direttamente responsabile.
Il primo è il Texas, dove il presidente ha sostenuto Ken Paxton contro il senatore uscente Cornyn. Una scelta che ha consegnato lo Stato ai democratici e ha danneggiato perfino il governatore Greg Abbott.
Il secondo è la Carolina del Nord, dove le pressioni della Casa Bianca hanno spinto Thom Tillis al ritiro.
Il terzo è la Carolina del Sud, dove Trump ha incoraggiato la candidatura di Darline Graham, sorella del compianto Lindsey Graham.
In tutti e tre i casi, secondo il Journal, ha prevalso la fedeltà personale sulla competitività elettorale.
Le conseguenze di lungo periodo
Il quotidiano guarda oltre la notte elettorale. Le sconfitte nelle roccaforti repubblicane e nei parlamenti statali avranno effetti duraturi: sulla selezione della classe dirigente, sulla definizione dei collegi, sulla prossima corsa presidenziale.
Nella diretta della notte, il Journal ha raccontato anche il clima nel partito con un titolo eloquente: «Gli strateghi repubblicani iniziano a farsi prendere dal panico».
La voce di Gerard Baker
Ancora più tagliente è l’editorialista Gerard Baker, già direttore del giornale. Secondo lui gli elettori hanno detto, in sostanza: «No. Non parteciperemo più a questo continuo atto di autolesionismo».
È una formula che riassume la tesi dell’intera pagina delle opinioni: il danno non è stato inflitto dagli avversari, ma dall’interno.
Il precedente ignorato
Non è un’accusa improvvisa. Già prima del voto Kimberley Strassel, una delle firme più ascoltate della destra americana, aveva avvertito in un commento intitolato «Trump Targets the Wrong Base» che il presidente stava colpendo la base sbagliata: i ceti produttivi, i piccoli imprenditori, i consumatori stretti tra dazi e rincari della benzina dopo la guerra con l’Iran.
Perché conta
Il peso di questo editoriale sta nella sua provenienza. Il Wall Street Journal parla ai donatori, agli imprenditori, ai mercati: cioè a una parte decisiva della coalizione repubblicana.
Se questo mondo certifica che il presidente è il problema e non la soluzione, la partita per il dopo-Trump nel Partito repubblicano è ufficialmente aperta.
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