Paolo Valentino sul Corriere della Sera definisce il principio dell’unanimità come “il vincolo che frena l’Europa”: “Con casuale ma sintomatica reductio ad unum delle tante ragioni e cause della paralisi europea, – scrive l’editorialista – siamo arrivati al vincolo dell’unanimità in politica estera, bilancio e questioni strategiche che vulcanizza l’Unione, rendendola marginale e irrilevante nel nuovo mondo dei predatori. Con autorevolezza e lucidità, Mario Monti su queste pagine ha dato giusto rilievo alle dichiarazioni della presidente del Consiglio che a Bruxelles, quasi fosse una nota a piè di pagina, ha cancellato d’un colpo una storica linea di continuità della politica estera italiana: ‘Non sono favorevole ad allargare il voto a maggioranza, in luogo dell’unanimità, all’interno delle istituzioni europee’, ha detto Giorgia Meloni, aggiungendo che ‘certo varrebbe e sarebbe utile per l’Ucraina, ma su molti altri temi le posizioni della maggioranza potrebbero essere distanti dalle nostre e dai nostri interessi nazionali, che è mia priorità difendere’”.
È una cesura importante. Anche se l’affermazione va qualificata. Meloni non è il primo leader italiano che considera il diritto di veto strumento per la difesa degli interessi nazionali. Da sempre però, come ha ricordato Monti, il governo italiano è stato dalla parte giusta della Storia, quando si è trattato di vincere resistenze importanti, come nel 1985 per il mercato unico, nel 1990 per aprire la strada all’euro, durante la crisi monetaria o il negoziato sul Next Generation Eu.
Oggi invece Meloni esprime una posizione diversa, corollario di un’idea d’Europa che vuole i governi in posizione di comando, a guardia della propria sovranità nazionale. Il vincolo dell’unanimità è oggi il macigno legato ai piedi dell’Europa.
Come ha spiegato il deputato europeo Sandro Gozi, autore di un rapporto sulle conseguenze istituzionali dell’allargamento e sulle riforme possibili senza le quali l’Ue non potrà accogliere Paesi come Ucraina e Moldova, “nazionalisti e sovranisti presentano il veto come la migliore garanzia degli interessi nazionali, in realtà è la migliore garanzia della paralisi dell’Ue”.
Ben oltre l’ampliamento, senza la fine dell’unanimità – conclude – “non potranno mai esserci una politica estera comune, né molte delle riforme suggerite da Mario Draghi nel suo Rapporto sulla competitività”.








