“Le prime proteste che serpeggiano in varie città per i ritardi nei soccorsi in Turchia, dopo il tremendo terremoto che ha sconvolto la regione, potrebbero diventare un imprevisto nella corsa del sultano verso la rielezione”.
Lo scrive Enrico Franceschini su Repubblica: “La Turchia, nazione musulmana di 85 milioni di abitanti – sottolinea l’editorialista – si apprestava infatti ad andare alle urne in un momento di grave crisi economica, con un tasso di inflazione del 60 per cento che divora i salari.
Adesso la tragedia del sisma può fare da catalizzatore per uno scontento nei confronti del presidente che riflette da un lato il devastante costo della vita, dall’altro il dissenso da parte dell’opposizione per la svolta autocratica e islamista imposta negli ultimi anni da Erdogan.
Il presidente – osserva Franceschini – non ha responsabilità per il peggiore evento tellurico della storia recente, ma le operazioni di immediato soccorso e la risposta da qui a maggio alle necessità create dalle scosse, oltre a possibili contestazioni dei preparativi che esistevano per affrontare una simile eventualità, rappresentano una nuova sfida per la sua leadership, già indebolita dai problemi dell’economia nazionale e dalla repressione del dissenso.
Il fatto che tra le aree toccate dal sisma ci siano anche quelle in cui vive la minoranza curda aumenta il rischio che il terremoto soffi sul vento della protesta.
Naturalmente è possibile che Erdogan cerchi di usare la situazione a suo favore, anziché esserne danneggiato: lo stato d’emergenza di tre mesi dichiarato nelle zone colpite ne accentuerà il pugno di ferro, le migliaia di vittime e le devastazioni offriranno una probabile scusa per un altro genere di disastri, politici, economici e sociali, come un tappeto sotto cui nasconderli.
Il terremoto – conclude l’editorialista – potrebbe dunque portare al pettine tutti i nodi di questa grande potenza mediterranea, cerniera tra Oriente e Occidente, tra Nord e Sud, membro cruciale della Nato”.
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