“Il regime uccide sempre all’alba di mercoledì. È la macabra tradizione delle impiccagioni pubbliche” – ci ricorda Fabiana Magrì su La Stampa – “I condannati vengono lasciati pendere, legati per il collo, a una gru alta, visibile anche da lontano.
Oggi Erfan Soltani, 26 anni, di Fardis, potrebbe essere la prima vittima delle ultime proteste.
E di certo non l’unica.
Se esiste una speranza di salvare i condannati — giustiziati senza processo e spesso accusati solo di mohareb, “nemici di Dio” — passa dai riflettori della comunità internazionale sul regime teocratico iraniano.
Ieri si è aperto un piccolo spiraglio.
Il blackout digitale continua, come conferma NetBlocks, ma sono riprese a tratti le telefonate internazionali.
I contatti avvengono solo per convenevoli, nessun accenno a politica o proteste.
Di Noor, studentessa di giurisprudenza a Teheran con cui eravamo in contatto, non ci sono ancora notizie.
Più informazioni arrivano da Rasht, una delle località — insieme a Teheran, Karasht e Sanandaj — dove gli attivisti hanno verificato l’uso di cecchini contro i manifestanti.
Farah, nome di fantasia, vive a Rasht.
La sua testimonianza conferma e amplia i racconti degli oppositori.
Secondo Iran International, almeno 12 mila persone, molte sotto i 30 anni, sarebbero state uccise nelle proteste, soprattutto nelle prime notti del blackout.
“Massacrano le persone di notte, poi arrestano casa per casa i giovani”, racconta Farah.
“Usano mitragliatrici montate sui pick-up”.
Gli ospedali non rispondono, le famiglie perdono i contatti.
Il marito e il figlio di Farah sono rimasti intrappolati in un’imboscata: un uomo è morto dopo 24 ore perché nessuno è riuscito a chiamare un’ambulanza.
È una storia che parte dalla provincia iraniana e arriva in Italia.
Le due vittime di Rasht hanno sorelle che studiano a Torino e Venezia.
Per ora, sono troppo sotto shock per parlare”.








