Dunque, salvo imprevisti da parte del Parlamento Europeo, siamo riusciti a concludere l’accordo commerciale con il Mercosur.
Si tratta di un risultato importante, anche perché, oltre ai vantaggi economici che comporta per vasti settori della nostra economia, rappresenta un elemento essenziale della strategia di diversificazione dei nostri rapporti commerciali che è resa necessaria dalla svolta protezionista dell’America di Trump.
Le difficoltà della fase finale del negoziato e soprattutto la sottile maggioranza con cui è stato approvato, con il voto contrario di un paese importante come la Francia, destano preoccupazioni proprio per il futuro della strategia di diversificazione.
Dobbiamo quindi aspettarci problemi analoghi anche per le prossime scadenze con l’Australia, la Nuova Zelanda, l’Indonesia e altri.
Il problema è sempre lo stesso e sarebbe forse bene porselo una volta per tutte.
L’integrazione europea ha quasi 70 anni. Nel frattempo, siamo passati da 6 a 27 membri e abbiamo l’euro e un grado di integrazione economica che i padri fondatori non immaginavano; la Gran Bretagna è entrata e uscita.
È caduto il muro di Berlino e si è riunificata la Germania, è finita l’URSS, è rinata la Cina, la Russia è diventata di nuovo aggressiva, l’America è passata da Obama a Trump, c’è la rivoluzione digitale e l’intelligenza artificiale.
Stiamo addirittura pensando a un’Europa della difesa.
Eppure, c’è una cosa che non cambia mai e ci riporta sempre negli anni ’60 del secolo scorso: uno scenario che conosciamo anche troppo bene.
Ogni volta che c’è la prospettiva di un accordo commerciale con qualsiasi paese terzo, migliaia di agricoltori europei occupano le strade con i loro trattori per impedirne la firma.
Poi ottengono soddisfazione su una delle loro richieste: più protezionismo o compensazioni in denaro.
Il tutto nel catatonico silenzio dell’organizzazioni industriali europee.
Eppure, abbiamo costruito per loro la politica agricola più protezionista e costosa del pianeta.
Stando così le cose, varrebbe la pena di porsi la domanda in modo diverso.
Forse, il problema non sta nei negoziati commerciali, ma in una politica agricola europea e nazionale che dopo 60 anni e costi enormi non riesce a tranquillizzare gli agricoltori europei.
Forse abbiamo costruito un mostro inutilmente costoso.








