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Il Made in Italy corre sui mercati nonostante dazi e tempeste | L’analisi

C’è una statistica che racconta meglio di mille convegni lo stato di salute della nostra economia: mentre il mondo si accapiglia tra guerre, tensioni geopolitiche, cambi ballerini e i dazi di Donald Trump, il Made in Italy vende e vende bene.

Nel 2025 le esportazioni tornano a crescere del 3,3% e raggiungono quota 643 miliardi. Un numero che non è solo statistica, ma fotografia di un sistema produttivo che, pur stretto tra ostacoli politici e turbolenze finanziarie, non arretra.

Il presidente dell’Ice, Matteo Zoppas, lo dice con orgoglio: dopo due anni di consolidamento in un contesto avverso il bello e ben fatto realizzato in Italia dimostra di essere più forte degli ostacoli. I numeri sono eloquenti.

L’export cresce più della media Ue (+2,2%), più della Germania (+0,9%), più della Francia (+2,0%), mentre Belgio e Spagna arretrano. Fuori dall’Europa, la Cina si ferma a +0,9%, il Giappone resta stabile, la Corea del Sud arretra leggermente. L’Italia, invece, accelera e la bilancia commerciale migliora.

Il 2025 si chiude con un avanzo di 50,746 miliardi, oltre due miliardi in più rispetto ai 48,287 miliardi del 2024. Una crescita che l’Istat attribuisce interamente agli scambi con i Paesi extra Ue. Non è un dettaglio. È un segnale strategico.

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani rivendica il risultato: merito delle imprese, certo, ma anche del sostegno del Sistema Italia. E indica la rotta: Mercosur, America Latina, India, Oriente. Mantenere forte la presenza sui mercati tradizionali – a partire da quello americano – ma allargare il raggio d’azione seguendo il Piano nazionale per l’export.

Accanto a lui, il ministro del Made in Italy Adolfo Urso si toglie qualche sassolino dalla scarpa: “Smentiti i profeti di sventura”. Perché il 2025, nonostante i timori legati ai dazi americani, non è stato l’anno del tracollo annunciato.

Gli Stati Uniti restano al centro dell’attenzione. Con una quota del 10,4% dell’export italiano sono il secondo cliente dell’Italia, subito dopo la Germania (11,3%). Il temuto crollo non c’è stato: le esportazioni verso gli Usa crescono del 7,2% sull’anno. Tuttavia dicembre manda un segnale di prudenza: -0,4% rispetto a dicembre 2024. Washington compra.

Ma fa anche altro. Le importazioni italiane dagli Stati Uniti esplodono: +61,1% a dicembre su base annua, +35,9% nella media del 2025. Risultato? L’avanzo commerciale con gli Usa resta consistente a 34,191 miliardi, anche se si riduce rispetto all’anno precedente. È il segno di un riequilibrio. E anche di una partita che si gioca su più tavoli: energia, tecnologia, difesa, agroalimentare. L’America di Trump usa la leva commerciale come strumento geopolitico. L’Italia risponde con la qualità, la diversificazione e una presenza più strutturata sui mercati.

C’è poi il capitolo che negli ultimi anni aveva pesato come un macigno sui conti: l’energia. Il deficit scende a 46,939 miliardi, contro i 54,290 miliardi del 2024. Una riduzione poderosa, che contribuisce in modo determinante al miglioramento complessivo del saldo commerciale. Meno dipendenza, più equilibrio nei conti.

A rendere il quadro ancora più favorevole è la dinamica dei prezzi all’importazione: -0,1% su base mensile, -3,1% su base annua (era -2,8% a novembre). Nella media del 2025 i prezzi flettono dell’1,7%. Tradotto: si compra a condizioni migliori. E questo rafforza i margini delle imprese e alleggerisce la pressione sui costi.

Anche le importazioni tornano a crescere (+3,1% in valore), ma il dato più interessante è che l’aumento riflette soprattutto i volumi (+2,0%). Non è solo inflazione, è movimento reale di merci. È economia che gira.

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