Come mai la guerra che si combatte in Europa non ha già scompaginato alleanze e coalizioni in Italia?
Perché mai putiniani e atlantici si dividono fra i due schieramenti e non hanno dato vita ad alleanze omogenee?
Se lo chiede sul Corriere della Sera Angelo Panebianco, ricordando l’antica dottrina che sostiene il «primato della politica estera».
La spiegazione, secondo Panebianco, è che in Italia “disponiamo di debolissimi anticorpi. In un Paese in cui la forza preponderante del «patriottismo di fazione», a destra come a sinistra, rende difficilissima la convergenza intorno a una idea condivisa di interesse nazionale, è difficile che si possa fare fronte comune contro le sfide esterne.
Come proprio le divisioni sulla guerra entro gli schieramenti dimostrano ampiamente. Si aggiunga il fatto che solo ora l’Italia si sta dolorosamente svegliando.
Solo ora sta scoprendo, dopo decenni di disinteresse, che la politica internazionale può essere fonte di pericoli mortali, può minacciare la sicurezza e l’integrità del nostro Paese.
All’epoca di Trump, mentre il presidente francese Macron parlava della «morte cerebrale» della Nato e la classe dirigente tedesca era terrorizzata all’idea di poter perdere la copertura atlantica, da noi nessuno ha pensato a cosa sarebbe stato della nostra sicurezza.
La stessa ragione per la quale abbiamo assistito, senza che l’opinione pubblica battesse ciglio, all’occupazione della Libia da parte di turchi e russi e alla loro presenza minacciosa nel Mediterraneo, nel cortile di casa nostra.
Anche se non hanno più gli effetti meccanici, immediati, che all’epoca della Guerra Fredda avevano sulle alleanze interne, gli equilibri internazionali continuano e continueranno a condizionare la vita dei Paesi.
Pur con i suoi limiti, la dottrina del «primato della politica estera» ha un pregio: ci ricorda che non siamo i soli a decidere del nostro destino”.
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