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Il dollaro, la sfiducia | L’analisi di Federico Fubini

Federico Fubini sul Corriere della Sera parla della ‘caduta del dollaro e delle ambizioni Usa’: “Misurato in dollari, l’euro è salito in valore del 15% nell’anno dal ritorno di Donald Trump al potere, la sterlina di poco meno mentre lo yen giapponese, dopo varie oscillazioni, è tornato praticamente dov’era. Se si guarda a queste monete, così come alle variazioni dopo dodici mesi degli indici azionari di Wall Street o dei rendimenti dei titoli di debito americani, il primo anno della seconda Casa Bianca di Trump è stato ordinario. Prevedibile, un presidente come tanti. Invece, misurato sempre in dollari, l’oro è salito del 91%. Il dollaro è più o meno dov’era sull’euro dieci anni fa. Eppure, non ha mai perso tanto valore e mai così in fretta sui metalli preziosi.

L’esplosione del prezzo dell’oro e dei metalli” – sottolinea l’editorialista – “ha in realtà, prima di tutto, una spiegazione pratica. Quasi materiale. Oggi le attività liquide in dollari, facilmente vendibili, valgono qualcosa più di centomila miliardi e cioè circa come il prodotto interno lordo del pianeta: per due terzi azioni, per il resto debito pubblico degli Stati Uniti più una parte del debito privato. Quando un grande fondo pensione o un fondo sovrano o una banca centrale vogliono alleggerire un po’ l’esposizione in dollari—date le incertezze di cui sopra—devono vendere qualcosa di questi attivi e comprare qualcos’altro. La corsa all’oro nasce così, per assenza di alternative in un’epoca turbolenta. Ma gli attivi in metallo giallo sul mercato valgono oggi 37 mila miliardi di dollari, un terzo di quelli in biglietto verde: basta una modica fuoriuscita da questi ultimi per far esplodere il prezzo dell’oro stesso. La quota in dollari nelle riserve delle banche centrali del mondo, un tempo al 60%, potrebbe già essere scesa ben sotto il 50%.

Per l’Europa è un rischio se il dollaro continuerà a perdere valore, rendendo più caro il nostro export verso metà dell’economia mondiale. Ma è un’opportunità se capisce il momento e lancia un eurobond da (almeno) mille miliardi per progetti comuni su difesa, spazio, terre rare, chip, intelligenza artificiale: su tutto ciò che conferisce autonomia e mette al riparo dai ricatti delle superpotenze. Quegli eurobond finirebbero subito nelle riserve di tutte le banche centrali, al posto di qualche dollaro. Perché l’Europa oggi si divide fra chi non vorrebbe fare a meno degli Stati Uniti, e chi capisce che non c’è più scelta.”

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