“Per capire come il calcio italiano si sia infilato, ormai da anni, in un vicolo cieco, occorre ripartire dalle basi. Dai fondamenti di bilancio.
Già perché la tanto strombazzata “azienda calcio” vive in una sorta di mondo alla rovescia.
Mentre una qualsiasi azienda normale calibra attentamente i costi sui ricavi che produce, l’industria del calcio fa l’opposto.
Prima spende a caccia del miglior calciatore, asset importante per poter primeggiare, e solo dopo si preoccupa di trovare i ricavi”.
È l’analisi del giornalista finanziario Fabio Pavesi.
“Del resto basta sfogliare qualsiasi conto economico dei club di serie A per accorgersi che solo per gli stipendi di calciatori e allenatori se ne va oltre il 60 e in molti casi anche il 70 e 80% delle entrate di una stagione.
Se poi devi ammortizzare i costi salati di acquisto dei professionisti del pallone, allora le perdite sono assicurate.
Il caso più eclatante del mondo alla rovescia della contabilità calcistica è senza dubbio quello di Cristiano Ronaldo” spiega Pavesi dalle colonne del quotidiano finanziario MF.
“Il campione portoghese è costato alla Juve tra costi d’acquisto nel 2018 (115 milioni di euro) e stipendio annuo (57 milioni lordi a stagione) la bellezza di oltre 330 milioni di euro.
Tanto per dare un’idea della “follia” contabile, lo stipendio del blasonato calciatore valeva al momento dell’ingaggio il 25% dell’intero monte salari della squadra.
Un solo giocatore pesava per un quarto del costo del lavoro di tutto il parco calciatori e i costi totali supportati per il campione portoghese equivalgono a metà delle perdite che la Juventus ha avuto negli anni successivi per oltre 600 milioni di rosso.
Queste ultime hanno costretto la proprietà a varare due aumenti di capitale da 700 milioni, per tappare deficit patrimoniali.
Per dare un’idea del peso della scommessa (persa) per la controllante Exor, il costo per Ronaldo vale più dei tre anni di perdite cumulate dal gruppo Gedi, che superano i 200 milioni di euro” prosegue Pavesi.
“E infine per tamponare l’onere così elevato la Juve si è infilata in quel gioco ambiguo delle plusvalenze a specchio o incrociate che sono oggetto del rinvio a giudizio di Andrea Agnelli e dei massimi dirigenti del club bianconero.
Fatta la spesa folle, ecco che bisognava trovare tutti gli artifici contabili possibili per alzare i ricavi.
Già, le plusvalenze. Da anni ormai sono la seconda voce, dopo i diritti tv, delle entrate dei club di serie A.
Ed è la voce dei ricavi più manipolabile, viste le difficoltà oggettive d’assegnare un valore a un giocatore, dato che più di tanto dai diritti tv non si riesce a strappare (per Sky e Dazn la corsa al rialzo dei diritti rischia di non essere più remunerativa).
Il caso Ronaldo non è che la punta dell’iceberg di un mondo del pallone drogato.
Drogato dalla continua corsa al rialzo dei valori dei calciatori, in questo spalleggiati da procuratori e agenti che giocano sul disequilibrio tra domanda e offerta per gli asset più pregiati.
Senza un tetto agli stipendi il calcio è destinato a perpetuare il suo stato agonico.
Pwc con la sua nuova piattaforma su Football industry tool ha calcolato che negli ultimi 10 anni le principali squadre di serie A hanno cumulato perdite da brividi.
L’Inter viene da un passivo di 963 milioni di euro nel decennio; segue il Milan con 910 milioni; poi la Roma con perdite cumulate per 834 milioni; la Juve con oltre 600 milioni.
Virtuose, ma comunque in rosso nell’ultimo decennio di competizioni il Napoli (-29 milioni); la Lazio (-21 milioni) e la Fiorentina (-18 milioni).
E lo spaccato dell’ultima stagione come ha documentato l’ultimo rapporto di Pwc/Figc vede per la sola Serie A ricavi a 3 miliardi, ma costi operativi per 2,8 miliardi.
Gli ammortamenti e le svalutazioni hanno pesato per un miliardo e così l’ebit è in rosso per 990 milioni con una perdita netta per un miliardo, su tre miliardi di ricavi.
Una situazione da libri in Tribunale, scampata solo per le continue ricapitalizzazioni dei padroni dei club.
E per le manovre contabili sui marchi: quasi tutti i club hanno finito per rivalutare marchi e library.
Poi ci si mette anche l’aiuto pubblico.
Con lo Stato compiacente che concede rateazioni sugli ingenti debiti fiscali e previdenziali (un miliardo da saldare nell’ultima annata) cumulate dai club.
E infine le regole lasche che permettono solo al calcio di avere un indicatore di liquidità allo 0,7.
Quando qualsiasi imprenditore sa che un indice di liquidità inferiore a uno significa essere sotto il limite di una condizione di squilibrio finanziario a breve.
Per il calcio che cumula perdite e debiti ogni anno che passa, tutto questo, che è normale gestione per una qualsivoglia impresa, non vale. Dritti verso il default.
Con buona pace di chi lancia l’allarme sulla sostenibilità finanziaria dell’azienda calcio nostrana e poi continua a rinviare un quadro di regole e riforme per far rientrare nell’alveo della normalità il “gioco più bello del mondo”.
Bello ma fallito” conclude Pavesi.








