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I tre terremoti che hanno scosso la finanza sostenibile | Lo scenario

A partire dallo scorso anno tre terremoti hanno scosso la finanza sostenibile.

Il primo: la guerra in Ucraina, che ha innescato una cavalcata in borsa dei titoli della Difesa e delle energie tradizionali, da anni esclusi dai portafogli che promuovo tematiche ambientali, sociali e di buona governance (Esg).

Il secondo: l’aggiornamento della normativa europea sui fondi sostenibili, la cosiddetta Sfdr, che ha portato alla riclassificazione dei fondi articolo 8 e articolo 9, rispettivamente quelli che promuovo caratteristiche di sostenibilità ambientale o sociale (light green) e quelli che sono focalizzati sulla sostenibilità come scopo primario (dark green).

Una stretta pensata per smascherare chi spacciava per sostenibile qualcosa che in realtà non lo era (greenwashing) e che da settembre ha portato, secondo dati Morningstar, al declassamento da articolo 9 a 8 di ben 307 fondi, pari a 175 miliardi di euro di masse.

Il terzo terremoto è rappresentato infine dalla decisione di Vanguard, (seconda società d’investimento al mondo dopo BlackRock con 7.200 miliardi di dollari di patrimonio allocati per la maggior parte in strategie passive) di abbandonare la Net Zero Asset Managers Iniatitive, alleanza delle società di gestione per ridurre a zero le emissioni di Co2 entro il 2050.

Due, scrive MF-Milano Finanza, le motivazioni addotte da Vanguard.

Primo: la volontà di restare indipendente su decisioni che hanno importanza per gli investitori.

In altre parole, nessuno decida per Vanguard come e dove investire.

Secondo: la tesi supportata in un complesso paper econometrico pubblicato già nel 2020: “I fondi Esg non producono nessuna sovra o sotto-performance statisticamente significativa rispetto agli indici di riferimento”.

Bene, viste queste premesse, ha ancora senso parlare di finanza green? E, se sì, come evitare di cadere nella trappola del greenwashing? Ecco cinque regole proposte da Simone Chelini, head of Esg & Strategic Activism di Fideuram Am sgr.

Primo: guardare al futuro.

“Le performance passate non sono garanzia di quelle future.

Per noi la sostenibilità è un fattore di valutazione da inserire nell’analisi finanziaria, al pari di tutti gli altri”, argomenta il manager, che però ritiene “innegabile, guardando all’analisi empirica, che più è alto il grado di sostenibilità e maggiore è la performance”.

Parlando di due aziende che dieci anni fa facevano raffinazione, con nomi fittizi per ragioni di compliance, Chelini afferma che “l’azienda Brown, che è rimasta a raffinare, nonostante il +50 del 2022 a sette anni ha una performance pari a zero; mentre l’azienda green che ora fa rinnovabili nello stesso tempo ha fatto +225%”.

Secondo: fonti neutrali.

Per il capo dell’Esg della società del gruppo Intesa Sanpaolo un investitore deve sempre chiedere al gestore quali fonti ha usato per l’analisti di sostenibilità.

“Le nostre sono più neutrali possibili, ad esempio dati tratti dalla Camera di Commercio americana o società di consulenza a supporto del business, le stesse che usiamo per l’analisi finanziaria”.

Comunque, in generale, “non enti che potrebbero avere un interesse di parte”.

Terzo: engagement.

Altro aspetto di trasparenza su cui interrogare le sgr è quanto facciano engagement, cioè attivismo nei confronti delle società in cui investono.

Paradossalmente, ricorda Chelini, per un gestore passivo come Vanguard questo aspetto sarebbe perfino più importante che per un asset manager attivo perché “il passivo non può sottopesare un titolo poco conforme all’Esg né tantomeno uscirne”.

Quanto all’engagement, Fideuram Am sgr ha dichiarato pubblicamente “l’impegno a svolgere un engagment per promuovere strategie di decarbonizzazione” che ha comportato una complessa mappatura del portafoglio.

“Nel 2030 dovremo fare engagment con circa 200 aziende”, sottolinea Chelini.

Quarto: nessuno è spacciato.

E se un’azienda che ora produce petrolio fosse sulla buona strada per diventare un leader delle rinnovabili? “I dati di sostenibilità sono vecchi anche di un anno e mezzo e non si può investire utilizzando lo specchietto retrovisore”, spiega Chelini.

Per gli investitori è importante “stimare come andranno i fondamentali di un’azienda in futuro: a noi interessa ad esempio Rwe, che ha una quota di fatturato importante da energia prodotta da carbone ma non investirà più in questa attività e anzi entro il 2030 investirà 50 miliardi per fonti rinnovabili”.

Ciò ovviamente non vuol dire che chi è già sostenibile debba essere tolto dai portafogli.

“Ogni portafoglio dovrebbe avere una componente di attività già green ma anche una di attività in transizione, per le quali è fondamentale valutare la capacità del management di gestire la transizione stessa e il nuovo modello di business”.

Quinto: occhio alle etichette.

Le classificazioni articolo 8 e 9 dipendono da autocertificazioni e come tali hanno un pregio e un difetto.

“Da una parte”, evidenzia Chelini, “gli asset manager possono definire i framework autonomamente e non per prescrizione normativa”.

Tuttavia ciò “crea dispersione negli approcci metodologici e nelle metriche di riferimento rendendo complessa l’analisi comparativa”.

Come regola generale si può considerare che sia l’autocertificazione a dare la cifra di quanto è serio l’asset manager: “Noi siamo particolarmente restrittivi sugli articoli 9 e non abbiamo dovuto fare alcun downgrade dopo i chiarimenti sulla loro composizione”, conclude Chelini.

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