“Negli ultimi anni il dibattito sul lavoro giovanile si è concentrato soprattutto su due temi: da un lato la tecnologia che avanza, dall’altro le competenze che mancano. È una lettura parziale.
I dati mostrano che l’occupazione, pur tra molte fragilità, regge: in Italia il tasso di occupazione complessivo ha superato il 62%, massimo storico secondo l’Istat.
Malgrado ciò, tra le nuove generazioni la percezione del futuro resta segnata da un senso diffuso di incertezza.”
È l’analisi di Ubaldo Livolsi, professore di Corporate Finance e fondatore della Livolsi & Partners S.p.A..
“Più che senza lavoro, siamo di fronte a una generazione senza orizzonte” – spiega – “La differenza è economica.
La paura riguarda meno il reddito immediato e più la possibilità di costruire un percorso, di fare scelte reversibili, di sbagliare senza subirne conseguenze definitive.
Una parte crescente di questa insicurezza è alimentata anche dal timore che l’intelligenza artificiale possa ridurre le opportunità occupazionali.
Un sondaggio ripreso dal Guardian nelle scorse settimane rivela come oltre il 70% dei giovani britannici sia ansioso per il futuro del lavoro e circa il 59% dichiari di temere un impatto dell’intelligenza artificiale sulla sicurezza occupazionale.
Il vero problema è che tutto ciò nasce, più che dai giovani, dal contesto in cui essi devono muoversi.
Il mercato del lavoro europeo, e italiano in particolare, è caratterizzato da carriere frammentate e salari reali sotto pressione: secondo l’Ocse, l’Italia ha registrato negli ultimi anni uno dei cali più marcati dei salari reali tra le economie avanzate.”
“In un sistema così strutturato” – evidenzia quindi Livolsi – “la prudenza individuale diventa una risposta razionale.
Molti giovani rimandano decisioni cruciali – dall’autonomia abitativa all’imprenditorialità, dalla mobilità professionale alla formazione avanzata – non per mancanza di ambizione, ma per timore delle conseguenze.
È una dinamica che riscontro direttamente anche nel confronto quotidiano con gli studenti, come docente all’Università Link.”
“C’è di più. Il problema, però, non è solo generazionale.
Quando una quota rilevante di giovani interiorizza l’idea che il rischio vada evitato” – dice ancora – “l’effetto diventa macroeconomico.
Diminuisce la propensione all’innovazione e si rafforza un risparmio precauzionale che fatica a trasformarsi in capitale produttivo.
Non a caso, ogni anno centinaia di miliardi di euro di risparmio europeo vengono investiti fuori dall’Unione, soprattutto negli Stati Uniti, dove il contesto decisionale è percepito come più semplice e meno penalizzante, come ha ricordato Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera la scorsa settimana.
Il confronto con gli Usa è illuminante.
Nei sistemi più dinamici il fallimento è considerato un evento gestibile.
In Europa, e in particolare in Italia, al contrario, la tutela dell’esistente ha spesso prevalso sulla costruzione di ambienti favorevoli alla sperimentazione.
Lo confermano anche i dati sui giovani inattivi: in Italia i Neet rappresentano ancora oltre il 15% della fascia 15-29 anni, una delle quote più elevate in Europa.”
“Se vogliamo che le nuove generazioni tornino a investire sul proprio futuro, l’Italia e l’Europa devono trasmettere ai giovani un nuovo messaggio: che bisogna avere coraggio, mettersi in gioco, investire.
Senza questo cambio di prospettiva” – conclude – “la paura continuerà a essere uno dei principali freni invisibili della crescita.”








